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Stiamo vivendo un momento di continua e crescente complessità
culturale, tecnica ed organizzativa, in cui i fenomeni di globalizzazione
economica, l’innovazione tecnologica e la sostenibilità
ambientale hanno azionato dei mutamenti identificando dei nuovi
stili di vita ed un mercato estremamente competitivo, talvolta
incerto, in cui la figura del cliente passivo è stata
sostituita da quella di un cliente molto più consapevole
e preparato, esigente e sensibile a proposte qualitative che
rispondano ai suoi reali bisogni.
Gli anni ’90 sono stati caratterizzati da una nuova
consapevolezza e della ricerca di una nuova conoscenza; l’utente è
più informato e più esigente, il prodotto deve rispondere a
problematiche ambientali ed ai bisogni reali di un nuovo tipo di consumatore.
Il nuovo secolo si è aperto così conferendo al prodotto una nuova
centralità, un ruolo attivo e impegnativo nel quale il prodotto stesso,
carico di significati e responsabilità, è chiamato a rispondere
fornendo risposte precise ad un consumatore attento e preparato.
Zingale
[1]
evidenzia che “la diatriba tra “funzionalità”
e “bellezza” è sempre stata un tema ricorrente
nella storia del design: se il Movimento Moderno all’inizio
del secolo esaltava la funzionalità degli oggetti,
in tempi più recenti i movimenti di avanguardia del
design avevano eliminato tutto ciò che sembrava oggettivo
e razionale, lasciando spazio all’apparenza ed alla
seduzione dei prodotti a scapito dell’effettiva funzionalità,
in contrapposizione alla forma intesa come indicatore di efficacia
prestazionale. Sia in un caso che nell’altro l’oggetto
è sempre considerato al
di fuori dell’uomo, funzionalità
e bellezza sono viste come caratteristiche proprie dell’oggetto
indipendentemente da chi ne fa uso”.
Oggi non è più possibile progettare riferendosi
a questi concetti; le turbolenze dei mercati e le esigenze sempre più
specifiche dei consumatori, impongono alle aziende un approccio ergonomico del
disegno industriale come impulso verso l’innovazione ed una progettazione
mirata al benessere ed alla sicurezza dell’utente.
Non dobbiamo dimenticare che ogni oggetto è fatto
dall’uomo per l’uomo e per un uso specifico. L’utente agisce con l’oggetto per ottenere il beneficio
desiderato, mentre non è da considerare la bellezza come un valore
aggiunto, ma corrisponde anch’essa alla capacità di apportare un
beneficio verso chi lo usa.
Come afferma Maldonado
[2]
“il disegno industriale non è
più solo un esercizio di stile applicato agli oggetti,
ma la mediazione tra i bisogni reali ed i prodotti”.
La visione ergonomica progettuale, che perfettamente si cala e
si sintonizza nel nuovo contesto sociale, implica una doppia attenzione: sia
verso l’oggetto, sia verso l’utente.
Se negli anni ’50 il concetto di qualità di un
prodotto si poteva rapportare a delle specifiche tecniche e nella concezione
d’impresa selling oriented era il
consumatore a doversi adattare al prodotto proposto, ora il rapporto si
è ribaltato; il fulcro dall’attività dell’impresa si
è spostato verso la soddisfazione dei bisogni dell’utente e di
conseguenza anche la qualità ha modificato i suoi contenuti: i bisogni
del consumatore devono essere tradotti in proprietà specifiche del
prodotto quali la facilità d’uso, la sicurezza, la
disponibilità, l’affidabilità etc.
In un mercato così instabile e complesso, il designer
acquisisce un’importanza strategica all’interno di un’azienda
quando è in grado di fornire quell’apporto mirato alle reali
richieste del nuovo consumatore e per fare ciò non può più
ignorare tutte le questioni ergonomiche inerenti al prodotto.
Ogni bisogno espresso dal consumatore diviene una strategia di
mercato per differenziarsi dai concorrenti ed offrire qualcosa di più
all’utente: cosicché dopo la consapevolezza in merito a tutte le
problematiche ambientali, il consumatore ha acquisito la nuova consapevolezza
del concetto di benessere, chiedendo ai prodotti di migliorare le proprie
condizioni di vita. Il prodotto deve rispondere alle sue esigenze, essere
funzionale per il suo uso, deve essere pensato per lui e non deve essere lui a
doversi adattare al prodotto attraverso sforzi fisici né psicologici; la
qualità d’uso diventa un requisito essenziale in un prodotto
evidenziando il rapporto sempre più sinergico fra industrial design e
metodologie ergonomiche.
In un contesto di
profonde trasformazioni all’interno del sistema azienda-prodotto-mercato,
l’approccio ergonomico si manifesta come metodologia orientata
all’innovazione di prodotto in cui l’uomo è posto al centro
del sistema come operatore ed utente.
La qualità quindi
si configura come miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo da un
punto di vista sia psicofisico che sociale in tutte le attività del
quotidiano, negli ambienti e negli oggetti che lo circondano.
È a partire dalla definizione stessa
di prodotto che possiamo avvertire il nuovo ruolo che il design
deve assumere: come afferma U. L. Businaro,
[3]
il prodotto è “la cosa
risultante da un processo di produzione naturale o artificiale
concepita al fine di soddisfare un bisogno”.
Due sono gli aspetti da sottolineare: il primo è che il
termine cosa, che io preferisco
intendere come artefatto, non
vuole essere limitato all’aspetto fisico dell’oggetto-prodotto, ma
anzi si estende ai prodotti immateriali ed ai servizi, purché mantenga
il fine di soddisfare il bisogno per il quale è stato progettato.
Il secondo è in stretto rapporto con il termine bisogno, poiché per un suo reale soddisfacimento
risulta imprescindibile una corretta valutazione di chi sarà
l’utente, quali sono le sue caratteristiche, quali strumenti possiede per
l’uso ed infine quali bisogni esprime.
È quindi implicito nella definizione stessa che diamo
al prodotto il concetto di uso inteso
come interazione tra la cosa (o artefatto) ed il conseguimento
dell’obiettivo ovvero il soddisfacimento del bisogno.
G. Proni
[4]
definisce l’uso come “un
processo in cui il soggetto agisce per raggiungere determinati
obiettivi (cognitivi o pratici) e l’oggetto offre l’aiuto
e oppone i limiti della propria costituzione”. È evidente quindi una componente attiva
dell’oggetto-prodotto che, a seconda di come si colloca
nel rapporto fra utente e bisogno, favorisce o rende difficoltoso
il raggiungimento dell’obiettivo stesso.
La qualità del progetto non può più
essere valutata solo su rispondenze a specifiche richieste commerciali, a
bisogni indotti o valenze estetiche, la progettazione ergonomica tende alla
realizzazione di oggetti che siano realmente adatti all’uomo.
“Un prodotto industriale può
essere definito ergonomico quando, nei vari momenti della
sua vita, ideazione, realizzazione, utilizzo, smaltimento
o riciclaggio, non solo non provoca danni, ma genera condizioni
di benessere psico-fisico in tutti coloro che entrano in contatto
con esso”.
[5]
Il dibattito culturale di questi ultimi anni
evidenzia una crescente importanza data dall’integrazione
dell’ergonomia con il design e l’innovazione;
ne è un esempio il “decalogo per il buon design”
di Dieter Rams,
[6]
in cui afferma che il buon design dà
utilità ad un prodotto, rende il prodotto autoesplicativo,
non è intrusivo e dura a lungo. Egli inoltre sottolinea
gli aspetti psicologici del rapporto prodotto-utente ed alcune
caratteristiche di praticità quali la maneggevolezza,
la facilità di manutenzione e la facilità di
comprensione d’uso.
Quest’ultimo aspetto, che è fondamentale
ma talvolta trascurato dal design, è ripreso anche
da U. Eco
[7]
quando afferma che “occorre che
l’oggetto mostri a cosa serve e come deve essere usato…
C’è insomma un aspetto comunicativo dell’oggetto,
che fa parte del suo design”.
Calvi
[8]
individua un nuovo paradigma della domanda
di consumo e sottolinea gli elementi che possono definire
una nuova idoneità dei prodotti:
la ricerca della differenziazione attraverso il prodotto,
cioè la distinzione di sé rispetto agli altri, in particolare
prodotti che potenzino l’espressività individuale;
la ricerca di funzionalità, ovvero un prodotto è
di qualità se risponde alla funzione d’uso che gli viene
assegnata, deve risolvere un problema, offrire un servizio insostituibile,
consentire un risparmio di tempo;
la relazione tra produttore e cliente non può
più essere circoscritta nel solo ambito economico, ma diviene sempre
più psicologica: le aspettative si sono dilatate, il cliente vuole
godere di un’attenzione privilegiata e di comunicazioni esclusive;
il cliente tende ad attribuire al mondo produttivo e dei
servizi maggiori responsabilità di quelle legate alla semplice garanzia
del prodotto ed esige maggiore tutela.
Fino ad ora si è sempre parlato di qualità
attribuendo alla “Qualità Totale” tutto ciò che si
riferisce ai processi produttivi e intendendo per “qualità dei
prodotti” unicamente gli aspetti di sicurezza e durabilità del
prodotto stesso.
La qualità d’uso è un concetto più
ampio che comprende tutti gli aspetti relativi all’utente:
psico-fisiologici, cognitivi, percettivi.
Poter affermare che “un prodotto è
ergonomico” non può più essere un abuso linguistico, ma,
dato il valore del significato contenuto, appare evidente la necessità
di regolamentare, attraverso una vera e propria valutazione, l’effettiva
qualità ergonomica di un prodotto.
La qualità dell’usabilità è
divenuta oggetto di riflessione anche da parte della International Standars
Organization che, nel 1998, inserisce nella norma 9241 la definizione di
usabilità e fornisce alcune linee
guida che evidenziano la necessità di procedure volte a focalizzare
l’attenzione sui requisiti ergonomici di prodotti e sistemi, soprattutto
dove l’interattività con l’utente è un aspetto
essenziale dei prodotti stessi.
Tale norma non rappresenta una metodologia o una tecnica
specifica, ma si propone piuttosto come linea giuda per spiegare come
identificare le informazioni che devono essere considerate quando si valuta
l’usabilità di un prodotto.
Essa specifica che non si può parlare di qualità
ergonomica di un oggetto, ma solamente di qualità ergonomica di un
oggetto durante un determinato uso, da parte di un determinato soggetto, in un
determinato ambiente.
Questo vuol dire che la qualità ergonomica non è
un attributo dell’oggetto, ma è un attributo dell’uso
dell’oggetto.
Questa norma fissa quindi le prime basi per costruire una vera
e propria procedura di valutazione. In primo luogo viene data una definizione
di usabilità nella sua accezione più ampia nell’intento di
specificare principi generali e tecniche che consentano di misurare e valutare
performance e soddisfazione d’uso in determinati contesti.
L’usabilità è “la
possibilità che uno strumento venga utilizzato da un
utente specifico, per raggiungere obiettivi specifici in termini
di efficacia, efficienza, soddisfazione, in un contesto d’uso
specifico; dove per efficacia si intende l’accuratezza
e la completezza con cui l’utente raggiunge specifici
obiettivi, per efficienza l’impiego di risorse spese
in relazione alla accuratezza e completezza con cui l’utente
raggiunge i propri obiettivi, e per soddisfazione s’intende
una situazione d’uso confortevole ed accettabile da
parte dell’utente”
[9]
.
L’usabilità quindi non deve essere esclusivamente
un attributo intrinseco del prodotto, allo scopo di determinare il livello di
usabilità raggiunta, ma è necessario pertanto misurare le
performance e la soddisfazione degli utenti durante lo svolgimento del compito
in un determinato ambiente e verificare in che misura tale interazione sia
realmente riuscita.
Per F. Marcolin, fondatore di Ergolab, “Un prodotto
può rispettare i parametri ergonomici di riferimento, ma non per questo
essere definito ergonomico: l’ergonomicità di prodotto è
una caratteristica qualitativa del prodotto che esiste solo in relazione ad un
utente ben definito ad all’ambito di applicazione in cui tale prodotto
viene usato”.
Rubin
[10]
sostiene che “si può parlare
di usabilità quando l’interazione tra soggetto
e oggetto riesce appieno ed il soggetto è in grado
di raggiungere i propri obiettivi in modo efficace, efficiente,
soddisfacente”.
Un diverso contributo viene dato da P. W. Jordan
[11]
che
mette in luce la necessità di un approccio olistico
ai problemi dell’usabilità, basato sull’indagine
di altri aspetti che vanno oltre i parametri quantitativi
definiti dalla ISO 9241-11.
Di fondamentale importanza, infatti, risultano gli aspetti
emozionali ed edonistici.
In questo contesto di profondi cambiamenti nel sistema
mercato-azienda-prodotto, l’approccio ergonomico si sottopone
all’attenzione degli addetti ai lavori come strumento metodologico per
analizzare i temi della qualità.
Dal punto di vista ergonomico la qualità non è
solo correlata ai processi produttivi, alla perfezione del prodotto e delle sue
componenti ed al giusto rapporto costi-benefici, ma si estende necessariamente
alla sfera percettiva e soggettiva
dell’utente.
L’ergonomia come multidisciplina ha il ruolo di
esplorare le qualità sensoriali e gli aspetti emozionali che permeano
gli oggetti quando entrano in contatto con l’uomo.
R. Pirsig
[12]
afferma che “la qualità
non può essere collegata singolarmente né al
soggetto né all’oggetto, la si riscontra solamente
nel loro rapporto reciproco. La qualità è il
punto in cui soggetto ed oggetto si incontrano.”
L’approccio sistemico proposto dall’ergonomia
tenta di ristabilire un giusto equilibrio fra l’uomo, il suo ambiente ed
il mondo degli artefatti che produce e di cui si circonda per vivere. Non
è più sufficiente la genialità individuale del designer e
questo sta portando ad nuovo modello organizzativo basato sulla ricerca della
qualità e dal lavoro di gruppo.
Un oggetto non può essere considerato corretto dal
punto di vista ergonomico se non viene accettata anche la qualità
dell’immagine: una forte connotazione
formale può certamente aumentare l’usabilità di un oggetto.
Infatti quando esaminiamo per la prima volta un prodotto, ciascuno di noi
inconsapevolmente effettua una sintesi delle sensazioni che il prodotto ci trasmette;
siamo così portati ad esprimere un giudizio di gradevolezza che
condizionerà qualsiasi altra nostra valutazione sulle caratteristiche
del prodotto.
Ogni oggetto usato dall’uomo può essere
identificato da:
Parametri oggettivi
ovvero rapportabili a scale di valori misurabili e confrontabili
Sensazioni soggettive legate
alle caratteristiche dell’individuo e valutabili con tecniche di
psicologia cognitiva.
Il loro insieme ci fornisce quegli orientamenti sulla
piacevolezza essenziali per la progettazione.
Noi percepiamo il nostro intorno attraverso i cinque sensi:
vista, udito, tatto, olfatto e gusto ed attraverso il senso cinestetico,
cioè la cognizione del nostro corpo nello spazio.
L’ambiente che ci circonda ci invia degli stimoli che
noi avvertiamo, possiamo parlare di percezione dopo che il segnale ricevuto ha attraversato i nostri filtri
psico-sensoriali attribuendogli un significato.
È evidente a questo punto il problema che ci si
prospetta: la gradevolezza, che è certamente parte integrante della qualità
ergonomica di un oggetto, è legata alla natura soggettiva
dell’utente e quindi non rapportabile a valori numerici misurabili,
validi per tutti e per sempre.
La gradevolezza è infatti strettamente correlata agli
aspetti variabili degli individui, in relazione alla cultura ed al gruppo
sociale di appartenenza, alle specifiche caratteristiche percettive
individuali, all’evoluzione dei gusti della società o
dell’individuo.
Se torniamo alla definizione di usabilità contenuta
nella norma ISO 9241 possiamo effettuare due importanti considerazioni.
- La prima è tratta dai requisiti ergonomici che
vengono in essa esplicitati: efficacia, efficienza e soddisfazione d’uso.
L’utente deve cioè rimanere soddisfatto dal suo utilizzo, trarre
soddisfazione psicologica; è intrinseca già in tale definizione
l’importanza degli aspetti psico-percettivi e vi è quindi la
consapevolezza che un prodotto per essere ergonomico deve essere studiato
tenendo in considerazione il funzionamento del sistema umano nel suo complesso.
L’usabilità ha in tal modo esteso il campo di
indagine alla sfera soggettivo-percettiva evidenziando gli aspetti cognitivi ed
emozionali che nel termine ergonomia rimangono più in ombra rispetto ai
fattori antropometrici e fisiologici, propri dei maggiori contributi offerti
originariamente alla disciplina.
- La seconda considerazione è che tale definizione
sancisce i requisiti ergonomici, ma non accenna a quali metodi possano essere
utilizzati per misurare l’efficacia, l’efficienza e la
soddisfazione d’uso, indipendentemente dal fatto che siano parametri
oggettivi o soggettivi.
Tale mancanza è riscontrabile non solo in questa
specifica norma, ma in tutto l’ambito normativo e ciò non consente
di valutare con rigore e seguendo una procedura riconosciuta, l’effettiva
qualità d’uso di un prodotto.
Gli strumenti a disposizione per tutelare e garantire il
rispetto della qualità dei prodotti sono: le normative tecniche e le
certificazioni.
Le normative tecniche sono uno strumento fondamentale per la
realizzazione della qualità d’uso di un prodotto e maggior peso
assumono tanto più elevati sono i livelli di qualità definiti
attraverso la normativa stessa.
In un prodotto di largo consumo al concetto di qualità
si legano necessariamente i concetti di sicurezza e di affidabilità
intesa come attitudine di un oggetto a svolgere le sue funzioni o a soddisfare
determinati requisiti per un periodo di tempo prefissato.
Al concetto di qualità si associa così una
dimensione temporale che influisce su tutta l’attività di
progettazione, produzione, controllo.
Il grado di affidabilità e quindi di durata di un
prodotto può variare tra un limite minimo, fissato in genere da una
normativa e un valore massimo determinato da fattori di tipo commerciale.
In ambito comunitario due norme importanti sono costituite dalla
Direttiva CEE 85/374, recepita anche nel nostro ordinamento,
relativa ai danni causati da prodotti difettosi ed alla sicurezza
generale dei prodotti.
Le aziende sensibili alle esigenze dei consumatori reagiscono
alle oscillazioni del mercato, ma non esistendo nessuna regolamentazione o
norma inerente la valutazione della qualità d’uso, le risposte
delle aziende possono scaturire da metodi molto differenti: solo le aziende
più avanzate in questo campo coinvolgono l’utente a diversi
livelli nelle fasi di sviluppo del prodotto, in modo da cercare una risposta
vicina alle esigenze del consumatore, tutte le altre utilizzano terminologie
non appropriate e messaggi promozionali infondati, unicamente come argomento di
vendita senza alcun riscontro dei valori e delle caratteristiche promesse.
Da qui scaturisce l’esigenza di approfondire il concetto
di qualità in rapporto all’uso di un prodotto: i termini
“qualità” ed “ergonomico” oggi tanto di moda,
vengono impiegati ed abusati senza conoscerne e averne definito realmente il
significato intrinseco.
Ogni prodotto può dichiararsi tale finché non
viene messa a punto e standardizzata una scala di parametri confrontabili che
espliciti in maniera inequivocabile che cosa significhi “di
qualità”, che cosa significhi “ergonomico” e rispetto
a cosa; questo potrebbe servire a costituire un marchio, una certificazione o
comunque un riconoscimento ufficiale sulla effettiva qualità ergonomica
di un prodotto a garanzia di quanto affermato nel messaggio promozionale ed a
discapito di chi tale riconoscimento non lo raggiunge e non può
più appropriarsi di tali terminologie.
È auspicabile che, come è avvenuto per la
Qualità Totale, per la qualità dei prodotti dal punto di vista
della sicurezza e della affidabilità, per la qualità ambientale,
così anche per la qualità d’uso di un prodotto si possa
arrivare a definire delle norme ed una certificazione.
Riferimenti bibliografici
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Zingale S.,. La semiotica
per l’ergonomia, in Segni sui corpi e sugli oggetti, Bonfantini M.A.,
Zingale S., (a cura di) Moretti & Vitali, Bergamo, 1999.
Note
[1]
Zingale S., “La
semiotica per l’ergonomia”, in Segni
sui corpi e sugli oggetti, Moretti & Vitale, Bergamo,
1999.
[2]
Maldonado T., “Qualità,
di cosa stiamo parlando?”, in Il
disegno di architettura come misura della qualità,
Flaccovio Editore, Palermo, 1991.
[3]
Businaro U.L., “Il progetto
e lo sviluppo dei prodotti”, Etas libri, Milano, 1994.
[4]
Proni G. “Per una analisi semiotica
degli oggetti”, In “Segni sui corpi e sugli oggetti”
Bonfantini M.A., Zingale S., (a cura di), Moretti
& Vitali, Bergamo, 1999.
[5]
L. Bandini Buti, “Ergonomia
e progetto – dell’utile e del piacevole”,
Maggioli Editore, Rimini. 1998
[6]
T. H. Thomsen “product strategies
for the ‘90s”, conferenza Financial Times London, 1990
[7]
Eco U., “Anche questi fenomeni
devono far parte di un panorama del design italiano, altrimenti
non si capisce né cosa sia l’Italia né
cosa sia il design”,
in Catalogo della Mostra “Italian re Evolution”
a cura di P. Sartogo, Ed. La Jolla Museum of Contemporary
Art, 1982.
[8]
Calvi, G. “Dimentichiamoci del
consumatore: l’appuntamento è con il cliente”,
Micro & Macro Marketing, 1992.
[9]
Norma ISO 9241, le definizini di efficacia,
efficienza e soddisfazione erano già presenti nella
norma ISO 9126
[10]
Rubin J., “Handbook of Usability
testing: how to plan, design and conduct effective tests”,
John Wiley & Sons,
New York, 1994.
[11]
Jordan P.W., “The four pleasures
– teking human factors beyound usability, in
proceedings of the
13th Triennal
Congress IEA ’97, International Ergonomics Association,
Helsinki 1997, v.2,
pp. 364-366.
[12]
R. Pirsig, “Lo zen e l’arte
della manutenzione della motocicletta”, Adelphi,
Milano, 1981.
[13]
Dall’art.8 della stessa Direttiva CEE
si evince un’attenuazione di responsabilità
per il produttore, nel caso abbia dichiarato le condizioni
d’uso del prodotto, qualora dovesse provocarsi un
danno per difetto del prodotto stesso.
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