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Sedie d'arte e di serie agli albori del Novecento
di Massimo A. Bonfantini
da "Oggetti Novecento", Moretti&Vitali, 2001
 

 

Invenzioni utili fra Otto
e Novecento.
  Nell'elegantissimo incipit del racconto Due usseri, che è del 1856, Leone Tolstoj ricordava che "negli anni subito dopo il 1800 non vi erano ancora né strade ferrate, né gas, né divani bassi con le molle". Invece, persino in Russia, a metà Ottocento, rotaie, gas e mobili più comodi e moderni erano già ben presenti, se non proprio diffusissimi. Sembra dunque a prima vista sorprendente che cinquant'anni dopo, e precisamente nel 1902, sulle pagine della rivista "L'arte decorativa moderna", si esaltassero, quasi fossero nuovissimi ritrovati del nuovo secolo, pressappoco le medesime invenzioni utili. Leggiamo infatti che "sono finite le berline, le galere, i velieri, e incominciano le ferrovie, i tram, il gas e la luce elettrica". In questo elenco l'unica grande innovazione assoluta, cioè nel principio di produzione dell'effetto, rispetto all'elenco fornito dal giovane Tolstoj, è naturalmente la luce elettrica. Ma non dimentichiamo che la realizzazione della lampada a filamento di Thomas Edison risale al 1879. L'articolista, che si firma Sylvius Paoletti, ha democraticamente un occhio di riguardo per il tram, la "carrozza di tutti"di deamicisiana memoria, ma tace dell'automobile, benché due anni prima, il 20 aprile del 1900, fosse stata inaugurata a Torino una grande Esposizione internazionale.

 
  Il secolo del petrolio e delle tre S:
serie, standard, stereotipo.
  Per noi, con lo sguardo riflessivo e retrospettivo del 2001, il Novecento appare complessivamente percorso da una triplice discontinuità rispetto all'Ottocento. È forse anzitutto il SECOLO DEL PETROLIO (e quindi della benzina e dell'automobile, e della petrolchimica e della plastica). È poi il SECOLO DELLE TRE ESSE (SSS: serie, standard, stereotipo, dominanti stile di produzione e di consumo). Ed è infine, anche se con forti contraddizioni e controtendenze, secolo di consumi più privati che pubblici e sociali: di consumi che si fissano in oggetti d'uso che si portano in casa. E questi oggetti d'uso si comprano e si portano in casa più facilmente e più frequentemente nel Novecento, non solo e non tanto perché aumenta il potere d'acquisto della piccola borghesia e dell'aristocrazia operaia, ma perché i nuovi prodotti e i nuovi mobili costano meno, e costano meno perché sono industriali, cioè sono fatti a macchina e in grandi serie. È questa la grande novità strutturale, nel modo di produzione, che si affaccia nel primo decennio del Novecento con l'affermarsi del nome e della pratica di un progettare per l'industria: di un industrial design. Naturalmente applicato anzitutto all'elemento di arredo casalingo insieme più necessario e più ricco di ovvie connotazioni "di rappresentanza" e "simboliche" e snobistiche: la sedia.
Se Sylvius Paoletti e i suoi colleghi dell'"Arte decorativa moderna" non si accorgono dell'automobile, si accorgono eccome, perché professionalmente ed economicamente coinvolti, delle nuove sedie e dei nuovi mobili. Ma di questa nuova produzione sottolineano, con spirito più o meno ingenuamente promozionale, il carattere di arte decorativa e quindi di autentica arte nuova, democraticamente diffusa e per tutti.

 
  L'esaltazione della decorazione e le nuove esigenze di produzione capitalistica.   Non si vede o non si vuol vedere, ai primi del Novecento, che la stessa "nuova" esaltazione della decorazione e dell'ornamento è in realtà direttamente in funzione delle nuove esigenze di produzione e vendita del capitalismo delle macchine e dei grandi magazzini. Non si dimentichi che il nome italiano per questo strano movimento artistico, pieno di forme eleganti e ricorrenti, allungate, curvilinee e spiraloidi, e vuoto di contenuti e programmi, è Liberty: dalla fortuna del marchio dei grandi magazzini, appunto, Liberty & Co., fondati a Londra nel 1875 da Arthur Lasenby Liberty. D'altronde fin dal 1756 un autore inglese, I. Ware, aveva sottolineato come i nuovi materiali e i nuovi stampi consentissero di lucrare sugli ornamenti.
Scriveva infatti con candida confessione: «La ghisa è molto servizievole al costruttore, e in molti casi gli risparmia una grossa spesa; nelle ringhiere e balaustre ha un'apparenza ricca e massiccia, mentre costa molto poco, laddove il ferro fucinato, con spessori molto inferiori, costerebbe assai di più».

 
  Ruskin contro l'ornamento fasullo e superfluo.   Aveva dunque buon gioco il grande critico dell'industrialismo e del macchinismo John Ruskin ad attaccare, nel saggio Seven Lamps of Architecture del 1849, l'ornamento fasullo e superfluo in nome della verità. La sua critica prende soprattutto di mira tre imbrogli o finzioni: l'impiego di strutture posticce, che mimano di fungere da archi o pilastri di sostegno, ma sono in realtà inutili e vanamente ornamentali; l'uso di materiali finti, che si spacciano per altri, come la ghisa verniciata al posto del legno; l'ornamento fatto a macchina, che copia e sostituisce l'ornamento fatto a mano, annullandone la singolarità e il lavoro originale di interpretazione del disegno.

 
 

Le Scuole e Società di arti e mestieri di William Morris.

 

 

Con un'attenuazione dell'opposizione alle macchine, queste critiche vengono riprese dal seguace di Ruskin, il socialista utopista e designer William Morris. Nei due ultimi decenni dell'Ottocento, organizza Scuole e Società di arti e mestieri, esposizioni e convegni, costituendo un vasto movimento, che coinvolgeva architetti e designer, intellettuali e riformatori sociali, artigiani e lavoratori, tecnici e imprenditori intelligenti e illuminati, intorno a un principio di produzione di utilità e bellezza, di oggetti e architetture non solo gratificanti ma addirittura moralmente e socialmente "formativi" per gli utenti. Questi ideali di cooperazione fra i produttori e di servizio sociale per i cittadini sono ripresi da tutte le grandi scuole di design e da molti movimenti democratici nel Novecento: dal Bauhaus di Walter Gropius in Germania (1919-1933) al Movimento di Comunità di Adriano Olivetti fondato a Ivrea nel 1948.

 
  Il precursore dell'arte industriale: l'austriaco Michael Thonet.

La sedia Modello n. 14 del 1859 vende milioni di esemplari.
  Ma l'insegnamento di Morris è già largamente e confessatamente presente nei tre grandi architetti e designer del primo decennio del Novecento: Victor Horta e Henry van de Velde in Belgio e Charles Rennie Mackintosh a Glasgow. Soprattutto gli ultimi due rifuggono nelle loro sedie dall'ornamentalismo del Liberty prima maniera. Non si rifanno certo capricciosamente ai repertori di forme astratte da alberi, fiori, foglie, steli, contorni di animali, come quelli contenuti nell'influente raccolta di Owen Jones: The Grammar of Ornament (1856). Sembrano piuttosto conservare la sobrietà del precursore o pioniere dell'arte industriale, l'austriaco Michael Thonet, la cui sedia Modello n. 14 del 1859 si era venduta a milioni. Ma se dal 1841 Thonet impiegava fruttuosamente il suo brevetto per la piegatura a caldo del legno, la sua produzione restava più manifatturiera che propriamente industriale. Ora le macchine intervengono di più, e di conseguenza tendono a imporre esse un proprio stile. Le forme si semplificano e tendono al rettilineo. Lo spiega molto bene il giovane Frank Lloyd Wright, nella sua conferenza L'arte e la capacità della macchina del 1901:

 
  Frank Lloyd Wright: introduzione ed esaltazione della macchina.   «La macchina, con la sua meravigliosa capacità di tagliare, formare, levigare e ripetere, rende possibile lavorare in maniera talmente economica che al giorno d'oggi il povero, come il ricco, può godere di forme chiare e rigorose, di un trattamento della superficie che Sheraton e Chippendale riuscivano ad accennare solo con la costosa stravaganza dei loro intarsi. La macchina ha fatto emergere queste bellezze della natura contenute nel legno e ha creato la possibilità di eliminare la maggior parte delle assurde torture cui esso veniva sottoposto fin dagli albori del mondo, giacché il legno è stato seviziato e maltrattato da tutti i popoli, eccetto i giapponesi. Non è questo a ben vedere proprio quel processo del "togliere", dell'"omettere", per cui si batté Morris?».