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Curve
e angoli. La Vespa lega per sempre il proprio nome e leggenda
allimmagine fresca di Audrey Hepburn, che in Vacanze Romane
di William Wyler (1951) si fa insegnare da quel briccone per bene
di Gregory Peck a portare lo scooter per le strette strade e i mercatini
di una Roma solare, inconsapevole di quale volume di traffico avrebbe
dovuto sopportare. Lassociazione tra la Vespa e le sinuose figure
di donne tratte dai successi cinematografici o dalle corpose raffigurazioni
nazional-popolari è una delle chiavi di successo del nuovo
mezzo di trasporto.
Più spartana, più spigolosa, la Lambretta
cerca di rifarsi nei primati sportivi. Ambedue diventano fulcro e
oggetto damore collettivo nei club che organizzano gite sociali
fuori porta, a famiglie intere, rally regionali e nazionali e internazionali.
Ambedue guizzano nei calendarietti e nelle affiches di una pubblicità
fatta di immagini femminili commiste di ingenuità e malizia.
Ma tutto questo è di qualche anno dopo. Appartiene già
a quegli anni Cinquanta che covano e preparano lo sviluppo economico
e il cambiamento dei costumi e consumi del boom. La nascita e i primi
passi degli scooter italiani si stagliano infatti su più contrastati
fondali di macerie, miserie, ladri di biciclette e ingegnosità
applicate alla sfide della riconversione industriale.
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Genesi
di un mito. La Vespa nasce nellinverno più cupo
della storia dItalia, in quellultimo inverno di guerra
tra il 1944 e il 1945. Nella Biella in cui erano stati sfollati gli
uffici tecnici della Piaggio, la cui fabbrica era stata rasa al suolo
dai bombardamenti, Enrico Piaggio capisce che non si costruiranno
più motosiluranti, mas e bombardieri. E che gli italiani avranno
bisogno di raggiungere con mezzi propri i cantieri dove si ricostruiranno
fabbriche, case e uffici, in assenza per un bel po di treni,
pullman, strade asfaltate.
Tra i suoi ingegneri, Piaggio ha Corradino DAscanio, un uomo
intento da anni a realizzare un suo personalissimo sogno, il velivolo
a decollo verticale, capace come una libellula di sostare nellazzurro
del cielo: lelicottero (ci riuscirà nel 1950 quando i
suoi prototipi prebellici riceveranno il battesimo del volo, a Ciampino,
dove lAeronautica italiana innalzerà un monumento all«inventore
dellelicottero»).
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In questo imprevisto
intervallo della sua vita professionale, DAscanio provvede a
rifare rapidamente il primo modello, Paperino, e a dar vita alla Vespa,
che prende il nome dal profilo che ricorda quello dellinsetto:
largo a poppa, sfuggente a prua, snello al centro. Scocca portante,
presa diretta, quindi niente catena di trasmissione, che è
elemento sporchevole. La cilindrata del primo modello (98 cc) ne definisce
ulteriormente la differenza rispetto a una motocicletta e fa evitare
lobbligatorietà della targa.
I modelli remoti sono i motomezzi o minimoto creati per le incursioni
dei reparti speciali: litaliano Volugrafo, costruito a Torino,
linglese Weltbike della Williers, ripiegabile e paracadutabile
entro cilindro. Il nome della specie è eloquente:
scooter deriva dal verbo to scoot, filare o scivolar via, correre
in fretta. Può anche voler dire monopattino e, negli Usa, indica
una barca a vela a fondo piatto, agile anche su ghiaccio.
Una buona sintesi delle componenti tecnologiche, formali e trasportistiche
la fornisce Gillo Dorfles nella sua Introduzione al disegno industriale
del 1972: |
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| «Nellimmediato
dopoguerra la Vespa il motoscooter dinvenzione italiana
ha costituito un elemento rivoluzionario nel campo della motorizzazione
individuale. Staccandosi completamente dalle precedenti motociclette,
la Vespa riunisce in sé alcune delle caratteristiche dellautomobile
e della bicicletta. Il caratteristico serbatoio, che è ad un
tempo sostegno del sellino, e la linea avvolgente che offre una maggior
protezione dal vento, nonché la posizione del sedile e dellappoggio
per i piedi che si distacca totalmente da quello della motocicletta,
fanno di questo scooter uno dei più singolari esempi di incontro
tra motivazioni socio-economiche e tecnico-estetiche degli ultimi
anni». |
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La Lambretta è
costruita attorno a un telaio formato da un ferro tubolare. Nasce
nel 1947 per iniziativa di Ferdinando Innocenti, progettisti gli ingegneri
Pierluigi Torre (collega di DAscanio nellAeronautica militare)
e Luigi Pallavicino: un identico caso di adattamento industriale tramite
la leva della capacità di innovazione tecnologica. La Innocenti
era infatti una fabbrica meccanica, specializzata in tubi per costruzioni
edilizie e in impianti industriali, sita a Lambrate, Milano (da cui
il nome). Il modello primogenito della Lambretta è la 125 cc,
cilindrata che la Vespa rincorrerà creandola nel 1948. Il Lui
75 della Innocenti, che risale al 1968, conserva un nucleo di memori
fedeli.
In effetti tutto concorre alla facilità duso dello scooter
italiano. Che sullo scooter ci si sieda mentre la motocicletta va
domata cavalcandola; che i comandi siano sul manubrio;
che la carrozzeria ripari dagli schizzi e dallo sporco; che le ruote
siano di piccolo diametro e facili da sostituire, perché allora
le strade asfaltate erano poche tutto questo, tra laltro,
consegna Vespa e Lambretta alle possibilità di una donna che
indossa ancora le gonne.
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Lo
sfondo nazionale e internazionale. Il successo internazionale
segue regolarmente a quello italiano ed è successo sia di immagine,
alla base con altri delle fortune ormai cinquantennali del made in
Italy, sia di volumi commerciali. Più leggero e più
maneggevole della motocicletta, senza concorrenti sul piano economico
(le automobili utilitarie ossia la 500 e la 600 Fiat,
diventeranno un fenomeno di massa una decina danni dopo), il
motorscooter è uno degli oggetti che, letteralmente, ha rimesso
in moto lItalia della guerra perduta e della ricostruzione
massiccia.
Vespa o Lambretta, dunque
come altre coppie rivali
di quel periodo: Gino Bartali o Fausto Coppi? Gina Lollobrigida o
Silvana Pampanini (più tardi, Sofia Loren)? Palmiro Togliatti
o Pietro Nenni (più tardi, Alcide De Gasperi)? Peppone o Don
Camillo? Maria Callas o Renata Tebaldi? Senza sopravvalutarle a categorie
storiche, queste coppie possono funzionare come metafore dei contrasti
e dei travagli che accompagnano la società italiana del dopoguerra
e della Ricostruzione.
Sentiamo che cosa dice Giulio Sapelli nella sua Storia economica
dellItalia contemporanea (1997): |
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«Nel corso di
circa un quindicennio lItalia muta il proprio volto: da paese
arretrato e prevalentemente agricolo diviene una delle prime dieci
potenze industriali del mondo
si guardi al reddito nazionale
per abitante (a prezzi costanti del 1963). Esso quasi raddoppia, passando
da 557 dollari Stati Uniti nel 1952 a 970 nel 1963, con un aumento
percentuale inferiore soltanto a quello giapponese e tedesco che passano
rispettivamente da 308 a 700 e da 883 a 1670
Il dato caratteristico
risiede nel fatto che per lItalia la quota dei consumi privati
nella composizione complessiva della spesa è più alta
di quanto non accada nel caso dei suoi due partner nella rapida crescita
(Germania e Giappone), che fanno riscontrare, invece, quote più
elevate dedicate agli investimenti. Questo aumento del reddito è
frutto soprattutto della profonda trasformazione verificatasi nella
struttura economica. Il prodotto lordo del settore privato registra
perfettamente tale aumento quando si confronti lapporto percentuale
che a esso diedero i settori portanti del sistema: nel 1951 lagricoltura
contribuiva per il 23,5 per cento e nel 1963 per il 15,7 per cento;
lindustria, negli stessi anni, passava dal 33,7 al 43,8 per
cento; le attività terziarie dal 42,8 al 40,5 per cento».
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Alterne
vicende. Quando la Innocenti termina la produzione della Lambretta,
nel 1971, ne saranno stati prodotti 4 milioni di esemplari; a tuttoggi,
di Vespe ne sono state costruite oltre 15 milioni. E continua a uscire,
dagli stabilimenti di Pontedera e, su licenza, da stabilimenti allestero
(notevole quello in India).
Piaggio e Vespa, infatti, sono un binomio che ha visto i modelli continuamente
aggiornati. La gamma si era arricchita innanzitutto con il motofurgone
a tre ruote Ape e con il motore fuoribordo Moscone. Le cilindrate
erano cresciute sino ai 200 cc del modello Rally, o scese ai 50 del
Vespino, nel 1963. Il ciclomotore Ciao del 1967, il meno fortunato
modello Cosa del 1987, contrassegnano le alterne fortune della produzione
e della commercializzazione, promossa con campagne pubblicitarie decisamente
più aggressive («Vespizzatevi», «Chi Vespa
mangia la mela», 1984). Fallito invece il tentativo di realizzare
nel 1957 il quattro ruote: lautomobile 400, a due
posti più due, non ha fortuna. |
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Il concetto-base della
Vespa è rimasto identico e si è lasciato indietro i
concorrenti, pur belli, degli anni Quaranta, come il ciclomotore Cucciolo
della Ducati e il Mosquito della Garelli, e degli anni Cinquanta,
come il Guzzino e il Galletto della Moto Guzzi, il Cruiser, il Velosolex
(questi ultimi, motori ausiliari da applicarsi alla bicicletta). E
continua, la Vespa, a gareggiare con i molti, più giovani,
fratellini e sorelline, prodotti un Po dovunque nel mondo; come
il Gulliver e lo Scarabeo e gli altri dellAprilia disegnati
del francese Philippe Starck, i numerosi modelli aggressivi dei giapponesi
Honda e Yamaha e Suzuki e quelli più paciosi della francese
Peugeot.
Da portarsi, obbligatoriamente, con il casco. Perché la mobilità
individuale si è straordinariamente complicata, per numeri
e per problemi. Nonostante le strade siano, ora, tutte asfaltate.
È per questa lunga vicenda che lo scooter appare sia nella
letteratura e nei film del neorealismo après-guerre
(Walter Chiari e Anna Magnani in Bellissima, 1951, di Visconti),
sia nelle commedie allitaliana degli anni del boom, così
come lanciata a tutta manetta dai paparazzi nella Dolce Vita
di Federico Fellini (1960), sia infine (il Vespino) nel più
tardo come eravamo del Caro diario di Nanni Moretti
(1993). |
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