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Vorrei prendere in
esame il camminare in rapporto alla città. Un fatto essenziale
della vita cittadina a Dallas, dove io abito, cosí come dovunque
nelle nuove città cresciute in modo disordinato e spoglio,
è che i suoi abitanti non camminano.
Dalle ere arcaiche, attraverso lantichità e il Rinascimento,
sino agli inizi del ventesimo secolo, le posizioni umane fondamentali
giacere, sedere, stare in piedi, correre sono rimaste
le stesse. I movimenti del corpo, quali piegarsi, prendere, tenere,
sporgersi, ballare, pur subendo qualche variazione, hanno attraversato
le epoche conservando fondamentalmente una continuità; rispetto
ad epoche passate, può darsi che noi oggi stiamo piú
seduti di quanto stiamo in piedi, o piú seduti che accosciati
e inginocchiati. Letti e giacigli possono variare da un periodo storico
a un altro; ma i fondamentali movimenti umani hanno presentato un
radicale mutamento soltanto riguardo al camminare. Perché non
solo camminiamo meno dei nostri antenati, ma addirittura abbiamo pressoché
eliminato la necessità di camminare. È diventato una
cosa superata. La locomozione si è meccanizzata, dai congegni
comandati a distanza allimmancabile automobile. Ma le automobili
fanno ben piú che trasportarci.
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Lo psicologo olandese
Bernd Jager ha osservato nelle piú recenti città occidentali
e meridionali degli Stati Uniti, quelle che maggiormente dipendono
dalle automobili, le differenze nelle espressioni facciali della gente
e le ha confrontate con quelle delle meno recenti città del
nord e della costa atlantica, dove la gente ancora sgomita per strada,
in metropolitana, sugli autobus, sui marciapiedi. Si potrebbe supporre
che i volti piú uniformi, scialbi, da manifesto pubblicitario,
che hanno i bianchi nella cosiddetta Sun Belt degli stati
centro-occidentali, siano da ascriversi a una piú uniforme
eredità etnica: anglosassoni, celti e germanici, anziché
slavi, semiti e mediterranei. Ma la conclusione a cui Jager giunge
è che la perdita di faccia, di espressione, deriva dallaccresciuto
impiego dellautomobile e dal conseguente fatto che non cè
bisogno di «prepararsi una faccia da offrire alle facce che
incontriamo», come dice T.S. Eliot. Il nostro viso appartiene,
oltre che a noi stessi, agli altri e dagli altri deriva. Il modo in
cui ci poniamo verso gli altri, il rapporto che con essi instauriamo
attraverso la nostra espressione, il nostro aprirci o chiuderci, tutto
questo appare sui nostri volti.
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La faccia del conducente,
dentro lautomobile, appare quasi sempre vacua e sbiadita dietro
i vetri del parabrezza. Cinture allacciate, portiere bloccate, lo
stereo acceso, lo sguardo innanzi, mentre vengono registrati passivamente
allesterno i moti degli oggetti e allinterno le emozioni
soggettive, le preoccupazioni e i desideri: non cè una
faccia interpersonale, ma un volto isolato la cui espressione
non conta.
I lineamenti di un tratto di strada cittadina, di un emporio, di un
mercato, di un vicolo, sono di volta in volta scaltri, vividi, circospetti
ed espressivi, cosí come i gesti e il linguaggio di coloro
che sono da mattina a sera in contatto con gli altri. La parola greca
per città, polis, evocava in origine laffollamento,
la folla (come il latino plebs). Una città è
una folla sgomitante di corpi nella strada della gente comune.
Cosí la mancanza del confronto con altre facce incontrate camminando
tra la folla ci rende assenti dai nostri stessi volti e dalla città
quale in origine era stata immaginata: una folla congregantesi di
volti umani, provenienti da tutti i cammini della vita.
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Le prospettive che
illustrano i progetti degli urbanisti e dei pianificatori di rado
mostrano una folla. Vi appaiono invece coppie che passeggiano sotto
gli alberi, persone che emergono, una alla volta, da automobili sotto
pensiline. È come se vi fosse una polifobia, una paura dei
molti, di affrontare gli altri ed esserne affrontati. Credo che la
paura della violenza nelle strade delle città sia psicologicamente
correlata al senso di sé quale oggetto depersonalizzato, privato
del volto un facile bersaglio o una vittima collocato
in una strada vuota e astratta, come una piccola figura nel disegno
di un progettista.
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Nel mio lavoro psicologico
fatto con la gente, ho constatato che, nei periodi di inquietudine
psicologica, il camminare è unattività cui ci
si dedica spontaneamente. Una cosa del genere accadeva dove ho esercitato
per quasi 25 anni prima di andare a Dallas, cioè a Zurigo.
Camminare non è invece qualcosa che venga facile nei suburbi
settentrionali di Dallas: a Irving o a Plano una persona che cammini
per la strada dà piú nellocchio ed è guardata
con piú sospetto di una che corra, magari equipaggiata con
tuta rossa, scarpette a bande gialle e paraorecchie. Il camminare
può costituire una terapia meditativa e non è necessario
che sia una passeggiata idillica lungo la riva del mare: può
essere semplicemente un andare in giro per la città, per ore,
il mattino presto o la sera tardi. Sono in grado le nuove città
di consentire ancora una tale auto-cura psicologica? O non diventeremmo
invece, agli occhi dei nostri concittadini, vagabondi sospetti o potenziali
vittime?
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| camminareè
un linguaggio che acquieta lanima, che dà ordine e direzione
ai bagliori della mente. Camminando siamo nel mondo, ci troviamo in
un dato spazio particolare che il nostro camminarvi dentro trasforma
in un luogo, una dimora, un territorio, un dato posto dove stiamo
abitando, con un nome. E la mente si trova ad essere contenuta in
esso, nel ritmo del camminare. Se non potessimo camminare, dove se
ne andrebbe la mente? Una città che non offra da camminare
non è forse una città incapace di offrire alla mente
una dimora? |
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Due secoli fa, durante
quel periodo calmo e razionale che fu lIlluminismo settecentesco,
in Europa si camminava molto, specialmente dentro e intorno ai giardini.
E larte di creare giardini toccò un apogeo. Da quei giardinieri
possiamo imparare qualcosa. Furono i grandi artefici di quel tempo:
interi panorami vennero formati e modificati, corsi dacqua deviati,
aperte vedute, costruiti labirinti. Non appena un duca o un conte
immaginava un paesaggio, braccia e badili si mettevano allopera.
Mentre quegli artefici erano mossi da considerazioni estetiche, i
nostri, oggi, lo sono da considerazioni economiche. Ciò che
quelli si lasciarono dietro divenne patrimonio nazionale, della comunità;
quanto si stanno lasciando dietro i nostri, diviene soltanto ricchezza
personale, di alcuni individui. Esiste una storia del territorio e
del suo sviluppo che dovrebbe essere assimilata nella consapevolezza
e nella coscienza di ogni attuale pianificatore. Nellarte dei
giardini era considerato essenziale che tanto locchio quanto
il piede fossero soddisfatti: locchio per vedere, il piede per
muoversi attraverso; locchio per abbracciare il complesso e
conoscerlo, il piede per intrattenervisi e farne esperienza. Parimenti
essenziale, in questa estetica della dissociazione cosí come
la descrive Robert Dupree, era che locchio e il piede non
seguissero lo stesso percorso. Scrive il poeta William Shenstone che
quando un edificio o un altro oggetto è stato visto una volta,
il piede non dovrebbe mai accostarvisi lungo il medesimo itinerario
già percorso dallocchio: «[Bisogna] perdere [di
vista] loggetto e avvicinarsi obliquamente». Inoltre,
dice ancora Shenstone, il progetto peggiore è quello che crea
«un viale diritto dove il piede è costretto a percorrere
quel che locchio ha già percorso, a muoversi continuamente
in avanti, senza che al nostro cambiar di posto corrisponda un mutamento
di scena; la qual cosa non può non dare una vera sofferenza
a una persona di gusto».
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I paesaggi delle nuove
città le passeggiate, le strade, i complessi edilizi
paiono costruiti solo per locchio. Il piede è
forzato a viaggiare su quanto locchio ha già percorso,
cosicché il camminare diventa davvero una sofferenza. Nel piano
di Shenstone, camminare è un modo di scoprire nuove prospettive.
Invece, camminare lungo i tracciati delle nuove città non è
nientaltro che un modo lento e inefficiente di portarci piú
vicino a quanto locchio ha già veduto. Il piede è
schiavo dellocchio, il che rende noioso camminare, riducendolo
al mero fatto di coprire una distanza. Quando è invece possibile
mantenere la tensione fra piede e occhio, sintraprende un approccio
piú circolare, piú indiretto. Il piede conduce locchio,
locchio istruisce il piede, alternativamente. E il camminare
assume il movimento dellanima perché il moto dellanima,
come Plotino ha detto, non è diretto.
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| Quando oggi camminiamo,
si tratta principalmente di un camminare con gli occhi. Non vogliamo
percorsi tortuosi né sorprese. Abbiamo sacrificato il piede
allocchio. Sino a qualche tempo addietro, spesso le città
crescevano attorno alle orme dei piedi: sentieri, angoli e recinzioni,
attraversamenti, barriere seminterrate, delimitazioni nascoste, fossi
confinari. Queste città seguivano piuttosto gli impliciti reticoli
dei piedi, anziché le pianificate progettazioni dellocchio. |
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Lautomobile
appare chiaramente come un ulteriore sviluppo della coscienza dellocchio,
piuttosto che di quella del piede. Nonostante un vecchio termine inglese
per automobile, locomobile, la sua locomozione è
unesperienza visuale. Perciò, procedere a piedi su unautostrada
perché la macchina ha avuto un guasto è unesperienza
abbastanza terrificante e spersonalizzante. Il mondo esterno si rivela
al piede sotto forma di chiazze di nafta, strisciate di copertoni,
erbacce, buche, immondizie e colossi ruggenti che arrivano alle spalle.
Le nuove città hanno per forza problemi di marciapiede, dato
che il piede viene ignorato; allora le strade diventano ben presto
zone di criminalità: tira su il vetro del finestrino, blocca
le portiere, tira diritto. Il crimine di strada germoglia psicologicamente
in un mondo dove non si cammina; incomincia al tavolo da disegno di
quellurbanista che vede la città come una raccolta di
sempre nuovi edifici e di viali funzionali, con strade ridotte a meri
sistemi di accesso.
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I pianificatori dello
sviluppo urbano hanno influenzato in modo radicale le nostre nozioni
di città, portandoci a dimenticare che le città sorgono
dal basso, crescono dalle loro strade. Le città sono in effetti
strade, vie di commercio e di scambio, il mondo dellaccalcarsi
fisico del popolino, folla che calca i selciati con curiosità,
con sorpresa, incontrandosi: la vita umana non al di sopra della mischia,
ma proprio in mezzo ad essa. La vitalità della città
dipende dal camminare.
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Vorrei concludere
con una fiaba moderna e una raccomandazione. Il racconto viene dal
libro The Phantom Tollbooth di Norton Juster.
Un ragazzino di nome Milo arriva in una città dove la gente
va di fretta, occhi in basso, tutti ben certi di dove stanno andando.
Senonché mancano le strade e le case. Sono svanite completamente.
Ne viene spiegata la ragione a Milo: «Tanti anni fa, proprio
qui, cera una meravigliosa città di belle case e di luoghi
invitanti
Le strade erano piene di cose bellissime da vedere,
e la gente si fermava volentieri a guardarle».
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«Ma non doveva
andare da qualche parte, la gente?» domanda Milo.
«Certamente», gli viene detto, «ma, come ben sai,
il motivo piú importante per andare da un luogo a un altro
è quello di vedere cosa cè in mezzo
».
Poi, un giorno, qualcuno scoprí che si poteva andare piú
presto da un posto a un altro se non si guardava niente e se si prendevano
delle scorciatoie. Per la gente diventò unossessione
arrivare dovera diretta, affrettarsi, sbrigarsi, «con
gli occhi sulla punta delle scarpe», come dice il narratore.
E dato che nessuno prestava attenzione a come le cose erano
tutto cominciò a diventare piú brutto e piú sporco,
e mentre tutto diventava piú brutto e piú sporco la
gente si muoveva sempre piú velocemente, e alla fine cominciò
a succedere qualcosa di molto strano. La città cominciò
a scomparire. «Di giorno in giorno gli edifici divenivano sempre
meno percepibili e le strade si dissolvevano». La gente continuò
a vivere lí come aveva sempre fatto, in case e palazzi e «strade
che erano svaniti, perché nessuno si era accorto di niente».
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Gli edifici del centro
e del quartiere nord della mia città, Dallas, non stanno certo
svanendo. E sempre di piú ne sorgono. Ma sebbene se ne stiano
lí, doro e dargento nel sole, forse stanno svanendo
in un altro senso. Forse stanno perdendo la loro realtà significante,
estetica, e diventano non-edifici, che nessuno nota. Edifici che non
sono per il piede, né per locchio, ma semplicemente uffici,
magazzini, spazi per congressi e riunioni, numeri astratti trasformati
matematicamente in cemento, metallo e vetro, grandi barattoli a tenuta
daria senza tracce di saldatura. E ciò accade soprattutto
perché, a mio avviso, questi edifici non sono stati fatti per
camminare. Solo in caso di emergenza useremmo le scale tra un piano
e laltro; gli atrii si attraversano su scale mobili e ascensori,
i corridoi uniformi vengono accorciati per favorire le comunicazioni
tra gli uffici. Quando in un edificio minimizziamo il camminare, minimizziamo
il movimento interiore, la vita dellanima dentro ledificio,
svalorizziamo la vita che si svolge nelledificio e linteriorità
di tutti coloro che nelledificio dimorano.
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Che cosa possiamo
fare? Può uno psicologo contestare proposte di viali senza
immaginazione per il piede, sollevare dubbi su tunnel pedonali sotterranei,
o raccomandare attraenti marciapiedi in centro, piuttosto che percorsi
vetrati di collegamento? puòegli proporre cose che siano degne
di nota per locchio, epperò inducano il piede in esplorazioni,
come complessità, angolini, corsi dacqua, differenze
di livelli, variazioni di prospettive? Non è certo lo psicologo
a progettare lo spazio intercorrente fra il parcheggio e ledificio,
perché se fosse lui a farlo potrebbe venirne fuori un modo
per incontrare volti, facce, con manifesti e dipinti e luoghi per
sostare, anziché un orrendo spazio grigio di cemento da attraversare
in fretta e con timore, dove il posto non viene ricordato né
dallocchio, né dal piede, bensí concettualmente:
un contrassegno in codice stretto nella mano. Sí, credo proprio
che lo psicologo costruirebbe interruzioni e sorprese sul sentiero
del progresso, richiedendo che ogni progetto per una strada fosse
immaginato non soltanto in termini di arrivarci, ma anche
in termini di esserci.
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Non sto battendo la
vecchia grancassa del romanticismo, non parlo di passeggiate sotto
i lampioni e i frondosi sicomori, su linde pavimentazioni, verso gelaterie
dove cè sempre un tavolo libero, o di bancarelle e venditori
di palloncini
Sto piuttosto facendo valere ciò che la città ha sempre
richiesto col suo stesso nome: folle che camminano nelle strade, la
città come luogo per lanima perché alla nostra
anima consente di avere delle gambe, alle nostre teste di avere una
faccia e ai nostri corpi di ritrovare il loro stile animale di movimento.
In tutto ciò che andiamo pensando per il futuro della nostra
città, cerchiamo di tenerla sui suoi piedi e sulle sue gambe.
Non dimoriamo solo in stanze dietro porte, su sedie dietro tavoli,
al lavoro dietro banconi. Dimoriamo su questa terra anche nella libertà
delle gambe che danno libertà alla mente. |
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Una volta, secondo
una formula rituale in uso negli Stati Uniti, venivamo benedetti nei
templi per il nostro entrare e uscire. La benedizione
considerava luomo come un essere che si muove, unanima
con dei piedi, un essere fisico entro un mondo fisico fatto per camminarci,
come Adamo ed Eva camminavano nellEden. Quel giardino è
il luogo primordiale dellimmaginazione, per la nostalgia che
inconsciamente ricorre in tutti i sogni utopici. E quel giardino venne
creato, come ricorderete, da un Dio che camminava. Quellimmagine
dice che cè in Paradiso il camminare; e dice anche che
cè un Paradiso nel camminare.
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Da una conferenza tenuta a Dallas
nel 1981.
Traduzione dallinglese di Oliviero Calvino
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