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Camminare
di James
Hillman
da "Controtempo", Moretti&Vitali,
1996 |
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Camminiamo meno dei nostri antenati, e abbiamo addirittura pressoché
eliminato la necessità di camminare.
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Vorrei
prendere in esame il camminare in rapporto alla città.
Un fatto essenziale della vita cittadina a Dallas, dove io abito,
cosí come dovunque nelle nuove città cresciute
in modo disordinato e spoglio, è che i suoi abitanti
non camminano.
Dalle ere arcaiche, attraverso lantichità e il
Rinascimento, sino agli inizi del ventesimo secolo, le posizioni
umane fondamentali giacere, sedere, stare in piedi, correre
sono rimaste le stesse. I movimenti del corpo, quali
piegarsi, prendere, tenere, sporgersi, ballare, pur subendo
qualche variazione, hanno attraversato le epoche conservando
fondamentalmente una continuità; rispetto ad epoche passate,
può darsi che noi oggi stiamo piú seduti di quanto
stiamo in piedi, o piú seduti che accosciati e inginocchiati.
Letti e giacigli possono variare da un periodo storico a un
altro; ma i fondamentali movimenti umani hanno presentato un
radicale mutamento soltanto riguardo al camminare. Perché
non solo camminiamo meno dei nostri antenati, ma addirittura
abbiamo pressoché eliminato la necessità di camminare.
È diventato una cosa superata. La locomozione si è
meccanizzata, dai congegni comandati a distanza allimmancabile
automobile. Ma le automobili fanno ben piú che trasportarci.
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Una
città in cui non si cammina, è una città
in cui i volti perdono espressione. |
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Lo psicologo
olandese Bernd Jager ha osservato nelle piú recenti città
occidentali e meridionali degli Stati Uniti, quelle che maggiormente
dipendono dalle automobili, le differenze nelle espressioni
facciali della gente e le ha confrontate con quelle delle meno
recenti città del nord e della costa atlantica, dove
la gente ancora sgomita per strada, in metropolitana, sugli
autobus, sui marciapiedi. Si potrebbe supporre che i volti piú
uniformi, scialbi, da manifesto pubblicitario, che hanno i bianchi
nella cosiddetta Sun Belt degli stati centro-occidentali,
siano da ascriversi a una piú uniforme eredità
etnica: anglosassoni, celti e germanici, anziché slavi,
semiti e mediterranei. Ma la conclusione a cui Jager giunge
è che la perdita di faccia, di espressione, deriva dallaccresciuto
impiego dellautomobile e dal conseguente fatto che non
cè bisogno di «prepararsi una faccia da offrire
alle facce che incontriamo», come dice T.S. Eliot. Il
nostro viso appartiene, oltre che a noi stessi, agli altri e
dagli altri deriva. Il modo in cui ci poniamo verso gli altri,
il rapporto che con essi instauriamo attraverso la nostra espressione,
il nostro aprirci o chiuderci, tutto questo appare sui nostri
volti.
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La
faccia del conducente dietro il parabrezza.
Una città di persone che non si toccano.
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La faccia del
conducente, dentro lautomobile, appare quasi sempre vacua
e sbiadita dietro i vetri del parabrezza. Cinture allacciate,
portiere bloccate, lo stereo acceso, lo sguardo innanzi, mentre
vengono registrati passivamente allesterno i moti degli
oggetti e allinterno le emozioni soggettive, le preoccupazioni
e i desideri: non cè una faccia interpersonale,
ma un volto isolato la cui espressione non conta.
I lineamenti di un tratto di strada cittadina, di un emporio,
di un mercato, di un vicolo, sono di volta in volta scaltri,
vividi, circospetti ed espressivi, cosí come i gesti
e il linguaggio di coloro che sono da mattina a sera in contatto
con gli altri. La parola greca per città, polis,
evocava in origine laffollamento, la folla
(come il latino plebs). Una città è una
folla sgomitante di corpi nella strada della gente comune.
Cosí la mancanza del confronto con altre facce incontrate
camminando tra la folla ci rende assenti dai nostri stessi volti
e dalla città quale in origine era stata immaginata:
una folla congregantesi di volti umani, provenienti da tutti
i cammini della vita.
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Polifobia:
l a paura della folla. |
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Le prospettive
che illustrano i progetti degli urbanisti e dei pianificatori
di rado mostrano una folla. Vi appaiono invece coppie che passeggiano
sotto gli alberi, persone che emergono, una alla volta, da automobili
sotto pensiline. È come se vi fosse una polifobia, una
paura dei molti, di affrontare gli altri ed esserne affrontati.
Credo che la paura della violenza nelle strade delle città
sia psicologicamente correlata al senso di sé quale oggetto
depersonalizzato, privato del volto un facile bersaglio
o una vittima collocato in una strada vuota e astratta,
come una piccola figura nel disegno di un progettista.
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Camminare:
una auto-cura psicologica. |
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Nel mio lavoro
psicologico fatto con la gente, ho constatato che, nei periodi
di inquietudine psicologica, il camminare è unattività
cui ci si dedica spontaneamente. Una cosa del genere accadeva
dove ho esercitato per quasi 25 anni prima di andare a Dallas,
cioè a Zurigo. Camminare non è invece qualcosa
che venga facile nei suburbi settentrionali di Dallas: a Irving
o a Plano una persona che cammini per la strada dà piú
nellocchio ed è guardata con piú sospetto
di una che corra, magari equipaggiata con tuta rossa, scarpette
a bande gialle e paraorecchie. Il camminare può costituire
una terapia meditativa e non è necessario che sia una
passeggiata idillica lungo la riva del mare: può essere
semplicemente un andare in giro per la città, per ore,
il mattino presto o la sera tardi. Sono in grado le nuove città
di consentire ancora una tale auto-cura psicologica? O non diventeremmo
invece, agli occhi dei nostri concittadini, vagabondi sospetti
o potenziali vittime?
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Una
città che non offra da camminare non è forse una
città incapace di offrire alla mente una dimora? |
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camminareè
un linguaggio che acquieta lanima, che dà ordine
e direzione ai bagliori della mente. Camminando siamo nel mondo,
ci troviamo in un dato spazio particolare che il nostro camminarvi
dentro trasforma in un luogo, una dimora, un territorio, un
dato posto dove stiamo abitando, con un nome. E la mente si
trova ad essere contenuta in esso, nel ritmo del camminare.
Se non potessimo camminare, dove se ne andrebbe la mente? Una
città che non offra da camminare non è forse una
città incapace di offrire alla mente una dimora? |
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Che
cosa possiamo imparare dai giardinieri. |
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Due secoli fa,
durante quel periodo calmo e razionale che fu lIlluminismo
settecentesco, in Europa si camminava molto, specialmente dentro
e intorno ai giardini. E larte di creare giardini toccò
un apogeo. Da quei giardinieri possiamo imparare qualcosa. Furono
i grandi artefici di quel tempo: interi panorami vennero formati
e modificati, corsi dacqua deviati, aperte vedute, costruiti
labirinti. Non appena un duca o un conte immaginava un paesaggio,
braccia e badili si mettevano allopera. Mentre quegli
artefici erano mossi da considerazioni estetiche, i nostri,
oggi, lo sono da considerazioni economiche. Ciò che quelli
si lasciarono dietro divenne patrimonio nazionale, della comunità;
quanto si stanno lasciando dietro i nostri, diviene soltanto
ricchezza personale, di alcuni individui. Esiste una storia
del territorio e del suo sviluppo che dovrebbe essere assimilata
nella consapevolezza e nella coscienza di ogni attuale pianificatore.
Nellarte dei giardini era considerato essenziale che tanto
locchio quanto il piede fossero soddisfatti: locchio
per vedere, il piede per muoversi attraverso; locchio
per abbracciare il complesso e conoscerlo, il piede per intrattenervisi
e farne esperienza. Parimenti essenziale, in questa estetica
della dissociazione cosí come la descrive Robert Dupree,
era che locchio e il piede non seguissero lo stesso
percorso. Scrive il poeta William Shenstone che quando un edificio
o un altro oggetto è stato visto una volta, il piede
non dovrebbe mai accostarvisi lungo il medesimo itinerario
già percorso dallocchio: «[Bisogna] perdere
[di vista] loggetto e avvicinarsi obliquamente».
Inoltre, dice ancora Shenstone, il progetto peggiore è
quello che crea «un viale diritto dove il piede è
costretto a percorrere quel che locchio ha già
percorso, a muoversi continuamente in avanti, senza che al nostro
cambiar di posto corrisponda un mutamento di scena; la qual
cosa non può non dare una vera sofferenza a una persona
di gusto».
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Le
nuove città, costruite solo per l'occhio. |
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I paesaggi delle
nuove città le passeggiate, le strade, i complessi
edilizi paiono costruiti solo per locchio. Il piede
è forzato a viaggiare su quanto locchio ha già
percorso, cosicché il camminare diventa davvero una sofferenza.
Nel piano di Shenstone, camminare è un modo di scoprire
nuove prospettive. Invece, camminare lungo i tracciati delle
nuove città non è nientaltro che un modo
lento e inefficiente di portarci piú vicino a quanto
locchio ha già veduto. Il piede è schiavo
dellocchio, il che rende noioso camminare, riducendolo
al mero fatto di coprire una distanza. Quando è invece
possibile mantenere la tensione fra piede e occhio, sintraprende
un approccio piú circolare, piú indiretto. Il
piede conduce locchio, locchio istruisce il piede,
alternativamente. E il camminare assume il movimento dellanima
perché il moto dellanima, come Plotino ha detto,
non è diretto.
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Camminare
solo con gli occhi? |
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Quando oggi
camminiamo, si tratta principalmente di un camminare con gli
occhi. Non vogliamo percorsi tortuosi né sorprese. Abbiamo
sacrificato il piede allocchio. Sino a qualche tempo addietro,
spesso le città crescevano attorno alle orme dei piedi:
sentieri, angoli e recinzioni, attraversamenti, barriere seminterrate,
delimitazioni nascoste, fossi confinari. Queste città
seguivano piuttosto gli impliciti reticoli dei piedi, anziché
le pianificate progettazioni dellocchio. |
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L'automobile:
un'esperienza solo visuale. |
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Lautomobile
appare chiaramente come un ulteriore sviluppo della coscienza
dellocchio, piuttosto che di quella del piede. Nonostante
un vecchio termine inglese per automobile, locomobile,
la sua locomozione è unesperienza visuale. Perciò,
procedere a piedi su unautostrada perché la macchina
ha avuto un guasto è unesperienza abbastanza terrificante
e spersonalizzante. Il mondo esterno si rivela al piede sotto
forma di chiazze di nafta, strisciate di copertoni, erbacce,
buche, immondizie e colossi ruggenti che arrivano alle spalle.
Le nuove città hanno per forza problemi di marciapiede,
dato che il piede viene ignorato; allora le strade diventano
ben presto zone di criminalità: tira su il vetro del
finestrino, blocca le portiere, tira diritto. Il crimine di
strada germoglia psicologicamente in un mondo dove non si cammina;
incomincia al tavolo da disegno di quellurbanista che
vede la città come una raccolta di sempre nuovi edifici
e di viali funzionali, con strade ridotte a meri sistemi di
accesso.
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Ma
le città, in effetti, sono strade e vie di incontro e
di scambio. |
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I pianificatori
dello sviluppo urbano hanno influenzato in modo radicale le
nostre nozioni di città, portandoci a dimenticare che
le città sorgono dal basso, crescono dalle loro strade.
Le città sono in effetti strade, vie di commercio e di
scambio, il mondo dellaccalcarsi fisico del popolino,
folla che calca i selciati con curiosità, con sorpresa,
incontrandosi: la vita umana non al di sopra della mischia,
ma proprio in mezzo ad essa. La vitalità della città
dipende dal camminare.
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La
città dove la gente va sempre in fretta: una fiaba moderna |
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Vorrei concludere
con una fiaba moderna e una raccomandazione. Il racconto viene
dal libro The Phantom Tollbooth di Norton Juster.
Un ragazzino di nome Milo arriva in una città dove la
gente va di fretta, occhi in basso, tutti ben certi di dove
stanno andando. Senonché mancano le strade e le case.
Sono svanite completamente. Ne viene spiegata la ragione a Milo:
«Tanti anni fa, proprio qui, cera una meravigliosa
città di belle case e di luoghi invitanti
Le strade
erano piene di cose bellissime da vedere, e la gente si fermava
volentieri a guardarle».
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Quando
se non si guarda si va più in fretta, ovvero camminare
con gli occhi sulla punta delle scarpe. |
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«Ma non
doveva andare da qualche parte, la gente?» domanda Milo.
«Certamente», gli viene detto, «ma, come ben
sai, il motivo piú importante per andare da un luogo
a un altro è quello di vedere cosa cè in
mezzo
».
Poi, un giorno, qualcuno scoprí che si poteva andare
piú presto da un posto a un altro se non si guardava
niente e se si prendevano delle scorciatoie. Per la gente diventò
unossessione arrivare dovera diretta, affrettarsi,
sbrigarsi, «con gli occhi sulla punta delle scarpe»,
come dice il narratore. E dato che nessuno prestava attenzione
a come le cose erano
tutto cominciò a diventare
piú brutto e piú sporco, e mentre tutto diventava
piú brutto e piú sporco la gente si muoveva sempre
piú velocemente, e alla fine cominciò a succedere
qualcosa di molto strano. La città cominciò a
scomparire. «Di giorno in giorno gli edifici divenivano
sempre meno percepibili e le strade si dissolvevano».
La gente continuò a vivere lí come aveva sempre
fatto, in case e palazzi e «strade che erano svaniti,
perché nessuno si era accorto di niente».
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E
quando gli edifici non sono più fatti per camminare. |
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Gli edifici
del centro e del quartiere nord della mia città, Dallas,
non stanno certo svanendo. E sempre di piú ne sorgono.
Ma sebbene se ne stiano lí, doro e dargento
nel sole, forse stanno svanendo in un altro senso. Forse stanno
perdendo la loro realtà significante, estetica, e diventano
non-edifici, che nessuno nota. Edifici che non sono per il piede,
né per locchio, ma semplicemente uffici, magazzini,
spazi per congressi e riunioni, numeri astratti trasformati
matematicamente in cemento, metallo e vetro, grandi barattoli
a tenuta daria senza tracce di saldatura. E ciò
accade soprattutto perché, a mio avviso, questi edifici
non sono stati fatti per camminare. Solo in caso di emergenza
useremmo le scale tra un piano e laltro; gli atrii si
attraversano su scale mobili e ascensori, i corridoi uniformi
vengono accorciati per favorire le comunicazioni tra gli uffici.
Quando in un edificio minimizziamo il camminare, minimizziamo
il movimento interiore, la vita dellanima dentro ledificio,
svalorizziamo la vita che si svolge nelledificio e linteriorità
di tutti coloro che nelledificio dimorano.
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Che
cosa farebbe uno psicologo. |
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Che cosa possiamo
fare? Può uno psicologo contestare proposte di viali
senza immaginazione per il piede, sollevare dubbi su tunnel
pedonali sotterranei, o raccomandare attraenti marciapiedi in
centro, piuttosto che percorsi vetrati di collegamento? puòegli
proporre cose che siano degne di nota per locchio, epperò
inducano il piede in esplorazioni, come complessità,
angolini, corsi dacqua, differenze di livelli, variazioni
di prospettive? Non è certo lo psicologo a progettare
lo spazio intercorrente fra il parcheggio e ledificio,
perché se fosse lui a farlo potrebbe venirne fuori un
modo per incontrare volti, facce, con manifesti e dipinti e
luoghi per sostare, anziché un orrendo spazio grigio
di cemento da attraversare in fretta e con timore, dove il posto
non viene ricordato né dallocchio, né dal
piede, bensí concettualmente: un contrassegno in codice
stretto nella mano. Sí, credo proprio che lo psicologo
costruirebbe interruzioni e sorprese sul sentiero del progresso,
richiedendo che ogni progetto per una strada fosse immaginato
non soltanto in termini di arrivarci, ma anche in
termini di esserci.
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Tenere
una città sui suoi piedi e sulle sue gambe. |
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Non sto battendo
la vecchia grancassa del romanticismo, non parlo di passeggiate
sotto i lampioni e i frondosi sicomori, su linde pavimentazioni,
verso gelaterie dove cè sempre un tavolo libero,
o di bancarelle e venditori di palloncini
Sto piuttosto facendo valere ciò che la città
ha sempre richiesto col suo stesso nome: folle che camminano
nelle strade, la città come luogo per lanima perché
alla nostra anima consente di avere delle gambe, alle nostre
teste di avere una faccia e ai nostri corpi di ritrovare il
loro stile animale di movimento. In tutto ciò che andiamo
pensando per il futuro della nostra città, cerchiamo
di tenerla sui suoi piedi e sulle sue gambe. Non dimoriamo solo
in stanze dietro porte, su sedie dietro tavoli, al lavoro dietro
banconi. Dimoriamo su questa terra anche nella libertà
delle gambe che danno libertà alla mente. |
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Cè
un Paradiso nel camminare. |
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Una volta, secondo
una formula rituale in uso negli Stati Uniti, venivamo benedetti
nei templi per il nostro entrare e uscire. La benedizione
considerava luomo come un essere che si muove, unanima
con dei piedi, un essere fisico entro un mondo fisico fatto
per camminarci, come Adamo ed Eva camminavano nellEden.
Quel giardino è il luogo primordiale dellimmaginazione,
per la nostalgia che inconsciamente ricorre in tutti i sogni
utopici. E quel giardino venne creato, come ricorderete, da
un Dio che camminava. Quellimmagine dice che cè
in Paradiso il camminare; e dice anche che cè un
Paradiso nel camminare.
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Da una conferenza tenuta
a Dallas nel 1981.
Traduzione dallinglese di Oliviero Calvino
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