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Ergonomia,
usabilità, progetto a misura d'uomo. Sono espressioni
ormai familiari anche presso il grande pubblico. L'aggettivo "ergonomico"
è sempre più presente nei messaggi pubblicitari e nelle
comunicazioni aziendali: serve a far capire come e quanto l'azienda
si è preoccupata del benessere degli utenti dei suoi prodotti,
e come e quanto questi - gli utenti - debbano ricercare nel prodotto
quel valore che spesso non notano, ma che ne determina la cosiddetta
"qualità globale". Da un paio d'anni, poi, Internet
ha reso popolare un termine prima appannaggio di pochi specialisti:
web usability, l'usabilità dei siti e dei sistemi multimediali.
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È vero che
in molti casi la diffusione di tali termini nasconde una certa furbizia
pubblicitaria, e che a volte si parla di ergonomia con approssimazione:
si dice, ad esempio, impugnatura ergonomica quando basterebbe
più propriamente dire anatomica. Ma ogni abuso è
spia di una sensibilità nuova, che al suo diffondersi inevitabilmente
comporta forzature e approssimazioni. Del resto, se in alcuni ambiti
"fa moda" tirare in ballo l'ergonomia, ciò significa
che questa ha sempre maggiore spazio nel senso comune, nell'attenzione
e nelle esigenze degli utenti così come nella volontà
e negli interessi dei produttori.
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Un
progetto interdisciplinare
Ma che cosa è l'ergonomia? L'approccio ergonomico è
sintetizzabile nella definizione User Centered Design: progetto
centrato sull'utente. Ciò delinea una progettazione in grado
di prevedere un uso del prodotto - e delle operazioni e dei compiti
richiesti - che può essere utilizzato con la massima efficienza
e il minimo disagio fisico e mentale. Si tratta così
di elaborare metodi e mezzi che consentano di individuare ciò
che effettivamente gli utenti chiedono (e che chiederanno) ai prodotti,
ai sistemi e agli ambienti.
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Per ottenere
questo risultato, l'ergonomia non si presenta, propriamente, come
una scienza, anche se così potrebbe sembrare. È una
"tecnica di procedure", come la definì nel 1968 Cajo
Plinio Odescalchi, il padre dell'ergonomia in Italia. È il
risultato di un processo interdisciplinare che vede l'incontro
delle discipline che in vario modo si interessano al cosiddetto fattore
umano (psicologia, medicina, antropologia, scienze sociali e della
comunicazione, ingegneria, discipline politecniche, ecc.) e che, in
modo coordinato, elaborano le procedure finalizzate a valutare e a
progettare l'interazione degli individui con gli strumenti che utilizzano
e con gli ambienti in cui si svolgono le loro attività. L'ergonomia
è il campo dove diverse competenze si incontrano e collaborano
per fornire una risposta a una domanda che la produzione industriale
in serie ha reso centrale: come progettare una macchina, un oggetto
d'uso, un sistema che siano al servizio dell'utente e non viceversa?
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La questione
può sembrare paradossale, e lo è, se si considera, ad
esempio, che la maggior parte degli strumenti che utilizziamo per
lavorare (ma anche per giocareň) sono concepiti nel modo esattamente
opposto: siamo noi a doverci adattare a loro. Sono ancora così
concepiti, e la tendenza si sta certo invertendo, ma lentamente e
a fatica. Nelle automobili di vent'anni fa, non solo erano assenti
gli strumenti di sicurezza di cui oggi sono fornite tutte le vetture,
ma anche la visibilità verso l'esterno risultava spesso difficoltosa,
così come l'adattabilità dei sedili alle diverse tipologie
di utenti-autisti. E che dire dei videoregistratori di non freschissima
generazione? E che cosa comporta usare un telecomando con cinquanta
tasti?
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Il problema è
che le "macchine da lavoro" con cui siamo quotidianamente
chiamati a confrontarci conservano un peccato d'origine che è
difficile da estinguere, quello che vede, appunto, il rapporto uomo-macchina
in termini di adattamento dell'uomo alla macchina. Come ricorda
Tomás Maldonado in una lunga intervista del 1994 alla rivista
"Ergonomia", fin dalle sue origini l'industria ha selezionato
«gli operatori, quasi esclusivamente, in base alle loro abilità
e alle loro caratteristiche fisiche e psichiche». Questa visione
inizia a essere ribaltata solo durante e dopo la seconda guerra mondiale,
quando «l'obiettivo diventò piuttosto quello di ridisegnare
le macchine per renderle più consone alle esigenze di un operatore
medio - ovvero di un militare poco addestrato e per nulla selezionato.
Da lì ebbe inizio la Human engineering, disciplina che,
dal 1949, secondo la proposta dello scienziato britannico Murrel,
viene internazionalmente chiamata "ergonomia"».
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Il
progetto a misura d'uomo
Ma ridisegnare le macchine affinché siano "più
usabili" è come ridisegnare un vestito: occorre farlo
a partire dal corpo che lo indossa. Dichiara ancora Maldonado:
«Il fatto di attribuire un ruolo prioritario al ridisegno della
macchina ha portato a privilegiare lo studio del comportamento sensopercettivo
e sensomotorio dell'uomo in funzione operativa. E ciò per il
semplice motivo che risultava difficile, se non impossibile, cercare
di adattare la macchina all'utente senza avere una conoscenza
approfondita del soggetto al quale essa si doveva adattare, ossia
dell'operatore». Da qui lo slogan che meglio sintetizza l'orientamento
ergonomico: progettare a misura d'uomo. In questo senso, ogni
singola disciplina, anche la più evoluta, non può, da
sola, fornire risposte pienamente adeguate, perché l'uomo -
fisicamente e psichicamente - è esso stesso una "macchina"
piuttosto complessa. Così, se l'antropometria fornisce gli
standard delle misure del corpo umano, non è detto che queste,
da sole, siano sufficienti a concepire una "buona" maniglia
o un "buon" piano-cottura.
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Occorre
tradurre tali conoscenze nel vivo della scena e dell'azione,
dove l'uomo non è solo quantità fisica ma anche emotività,
socialità, soggetto che soffre l'affaticamento psichico o l'irritazione
sensoriale. In questa operazione di traduzione delle conoscenze, l'integrazione
fra scienze biomediche e scienze psicologiche risulta necessaria e
determinante. Ma anche una sensibilità artistico-estetica può
aiutare, e non tanto per "vestire" ciò che la tecnologia
ha programmato, quanto piuttosto per delineare la forma più
appropriata al dialogo fra il sistema-uomo e il sistema-macchina.
Quest'ultima osservazione rende conto di alcuni recenti orientamenti
dell'ergonomia, dove la sfera della gradevolezza del prodotto è
altrettanto determinante rispetto a quella delle sue prestazioni.
Questi orientamenti dimostrano che, se un oggetto o un ambiente devono
essere realmente adatti a chi li utilizza, non possono non rispondergli
in tutto anche per gli aspetti più specificamente soggettivi
che interessano la nostra sensorialità e affettività.
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La
cucina dell'usabilità
Il progetto ergonomico non ha come obiettivo la qualità
del prodotto in s™, quanto la qualità dell'uso
del prodotto. Come accade per le parole, gli oggetti acquistano
il loro pieno senso solo quando vengono "ambientati" all'interno
di una "scena". Sono come attori: solo entrando in relazione
con il pubblico - con gli utenti - possono dimostrare la loro qualità.
Continuando su questa metafora, non è difficile concludere
che la recita, la performance, cui i prodotti sono chiamati
a mettere in atto è quella della loro usabilità.
Ogni prodotto deve lasciarsi usare, perché il suo uso
deve produrre un beneficio. L'usabilità è uno
fra gli obiettivi essenziali dell'ergonomia, insieme alla sicurezza
e al comfort. Concetto a volte sfuggente, l'usabilità viene
definita come «il grado in cui un prodotto può essere
usato da specifici utenti per raggiungere specifici obiettivi con
efficacia, efficienza e soddisfazione in uno specifico contesto d'uso»(ISO
9241-11). Perché un prodotto sia usabile occorre così
che le operazioni d'uso siano svolte con successo, che richiedano
il minimo sforzo psico-fisico, che l'uso produca sull'utente
effetti di piacere e benessere.
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| Fra gli ambienti-scena
maggiormente al centro dell'attenzione sull'usabilità vi è
certamente la cucina, ambiente che offre un'immagine vivida dell'importanza
del progetto ergonomico: la cucina è la parte delle nostre
case che più di ogni altra ha subìto profonde trasformazioni,
spesso causate da una incontrollata invasione di nuovi prodotti, e
dove quindi maggiormente si può misurare la "tenuta"
dell'innovazione e sperimentare al meglio la ricerca sull'usabilità.
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Il "focolare"
di un tempo è diventato un vero e proprio laboratorio, luogo
di mansioni che prima venivano svolte con l'impiego di strumenti che
richiedevano un dispendioso sforzo manuale-muscolare: si pensi alla
ricarica di una stufa a legna. Col tempo, molti elettrodomestici hanno
sostituito lo sforzo muscolare con nuovi "sforzi mentali".
La semplice cura del cibo (come procurarlo, come conservarlo, come
prepararlo) richiede oggi un'attenzione cognitiva prima impensabile.
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Nella nostra cultura
la cucina è un interessante intreccio di stimolanti ambiguità:
è, innanzitutto, luogo di lavoro e luogo di piacere e convivialità.
In cucina si lavora e si soggiorna, si sopportano sforzi e si sperimentano
passioni. La cucina richiede fatica fisica e mentale, capacità
organizzative e slanci di improvvisazione inventiva. Vi si opera manovrando
sofisticati elettrodomestici ma anche ricorrendo all'essenziale semplicità
di un coltellino. Ci si può divertire, ma anche correre seri
rischi, per se stessi (con strumenti di taglio, fonti di calore, esposizioni
elettriche ed elettromagnetiche, ecc.) e per la collettività
(inquinando).
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Questi diversi aspetti
richiedono un'accurata progettazione tanto del layout ambientale quanto
delle diverse attrezzature. La cucina è un ambiente che si
fa sistema, dove il dimensionamento e la disposizione dei piani
di lavoro, ad esempio, è in stretta relazione con l'accessibilità
degli strumenti e la chiarezza dei dispositivi di informazione. E
dove accorgimenti e soluzioni per la prevenzione dei rischi devono
anch'essi presentarsi in una dimensione di gradevolezza sensoriale.
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| L'usabilità
riguarda così ogni singolo prodotto, ma anche l'interazione
fra le diverse parti e la globalità delle operazioni, dalla
conservazione del cibo (si veda la straordinaria evoluzione delle
tecnologie dei frigoriferi) alla gestione e smaltimento dei rifiuti.
Riguarda la flessibilità e la facilità d'uso degli strumenti,
ma anche la loro movimentazione, manutenzione e pulizia. Riguarda
la sicurezza e l'affidabilità, ma anche la ricerca di un "effetto
di senso" di benessere e soddisfazione. |
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| Rimandando il lettore
ad altri e successivi approfondimenti, ricordiamo che se molto, in
cucina, è cambiato, ciò che permane è il risultato:
un buon piatto è tale a prescindere da come e dove
è stato preparato. Ma non da chi: l'ergonomia
non cambia il sapore del mondo, ma mette tutti noi in grado di viverci
meglio. |
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