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Gli
strumenti delluomo
Dal progetto alluso
di Pierre
Rabardel |
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Lo
strumento non è né il semplice artefatto, né
loggetto tecnico o la macchina.
Lo strumento è unentità mista, che coinvolge
al tempo stesso il soggetto e loggetto.
La progettazione di uno strumento non si ferma alla soglia delluso,
ma prosegue nel corso delluso stesso. |
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Sempre
più sentita è oggi la necessità di progettare
sistemi tecnici, prodotti, macchine, utensili che siano, per
chi li dovrà utilizzare, strumenti validi. Tuttavia,
non basta avere in mente questo scopo per saperlo realizzare.
Le teorie e le metodologie attualmente disponibili sono spesso
ancora insufficienti o inadatte. Questo articolo intende formulare
un insieme di proposizioni teoriche allo scopo di contribuire
a una progettazione e a un design antropocentrico, vale a dire
deliberatamente organizzato attorno alluomo e al suo servizio,
sia questi lutilizzatore di un prodotto o il professionista
che nella sua attività ricorre a macchine e attrezzi.
Rifletteremo sul significato di strumento e proporremo, oltre
a quanto ricavato dalla letteratura scientifica, una concettualizzazione
originale del problema, tale che possa proporsi come punto
di appoggio per i processi di progettazione. La nostra
tesi di fondo è così formulabile: la progettazione
prosegue nelluso e, di conseguenza, i processi di progettazione
devono tener conto di questo prolungamento nelluso. |
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Come
definire uno "strumento"?
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Che
cosè uno strumento per un utilizzatore
Dalla letteratura scientifica emergono molte definizioni della
nozione di strumento, definizioni che variano in funzione dei
campi di ricerca e delle loro finalità. Nel campo tecnico,
ad esempio, lo strumento è spesso considerato come ciò
che consente di ricavare informazioni, mentre lattrezzo
consente di agire e operare. Ma possono esserci anche casi diversi,
come quello della chirurgia, dove gli strumenti sono precisamente
quelli che consentono di agire.
Allo stesso modo, nel campo della psicologia e dellergonomia
è possibile trovare una molteplicità di approcci
e di concettualizzazioni intorno alla nozione di strumento.
Simondon (1969) propone, sulla base di una metafora biologica,
di definire strumento ciò che prolunga e adatta gli organi
sensoriali, mentre lattrezzo prolunga e adatta gli organi
effettori. In questo senso, strumenti e attrezzi si pongono
come mediatori nelle relazioni fra organismo umano e ambiente.
Oltre queste concezioni di tipo biologico, vi è poi lapproccio
di psicologi come Wallon, Vygotsky o Mounoud.
Per Mounoud (1970), che ha lavorato nellambito delle teorie
di Piaget, è strumento ogni oggetto che il soggetto associa
alla sua azione per lesecuzione di un compito. Lo strumento
prolunga e modifica questa azione, presenta caratteristiche
proprie che consentono di associarlo allazione e, anche,
agli oggetti sui quali lo strumento permette di agire. Lapporto
di Mounoud è interessante, poiché considera lo
strumento come un universo intermediario tra lazione del
soggetto (dellutilizzatore, nel linguaggio della progettazione)
e loggetto. Questa definizione àncora fortemente
lo strumento allazione dellutilizzatore, e supera
in questo modo le concezioni di tipo biologico di Simondon.
Parimenti Vygotsky (1930, 1934), che ispira la maggior parte
delle ricerche contemporanee nel campo dellinterazione
uomo-calcolatore, focalizza il suo approccio sul soggetto e
sulla sua attività. Egli propone di distinguere, accanto
agli strumenti materiali, unaltra categoria di strumenti:
gli strumenti psicologici. Questi hanno la caratteristica di
essere destinati ad agire sul soggetto stesso o su altri soggetti.
Un nodo al fazzoletto è un buon esempio di strumento
psicologico: è destinato a sollecitare la memoria.
Questa nozione di strumento psicologico va distinta dalla nozione
di strumento cognitivo sviluppata sotto diverse forme da diversi
autori, come ad esempio Rogalski e Samurçay (1993), Hutchins
(1990), Norman (1992), Roth, Bennett e Woods (1987). Norman
propone che i dispositivi artificiali concepiti per conservare
linformazione, presentarla o trattarla al fine di assicurare
una funzione rappresentativa siano considerati come artefatti
cognitivi. Rogalski e Samurçay sottolineano che si tratta
di oggetti che incorporano delle conoscenze e che derivano da
un processo di elaborazione a carattere sociale. Gli attrezzi
cognitivi, come ogni strumento, trasformano il lavoro degli
utilizzatori e, in un certo modo, si fanno carico di una parte
della loro attività cognitiva. Linteresse di tali
teorie, che prendono le mosse dalla nozione di attrezzo cognitivo,
è quello di estendere lapproccio strumentale al
campo delle attività cognitive, le quali trovano oggi
un forte sviluppo nel contesto delle tecnologie.
Per Wallon (1941), infine, uno strumento si definisce per gli
usi che gli sono riconosciuti, è plasmato per questi
e impone a chi vuole servirsene le proprie modalità duso.
È unidea interessante, ma noi vedremo che è
solo parzialmente giusta: gli usi e le modalità duso
non si impongono automaticamente e necessariamente agli utilizzatori,
i quali sono molto più attivi e inventivi di quanto non
si pensi normalmente.
Dallinsieme di questi lavori, e da quelli di altri autori,
spicca il fatto che lo strumento può essere considerato
come unentità intermediaria tra due altre entità:
il soggetto e loggetto. Ciò ci ha portato a rappresentare
in uno schema le situazioni di attività svolte con strumenti
nel modello SAI2 (figura 1). Fra i tre poli soggetto,
oggetto, strumento esiste una molteplicità di
interazioni: interazioni soggetto-oggetto dirette o mediate
dallo strumento, interazioni soggetto-strumento e interazioni
strumento-oggetto. |
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Lo
strumento: unentità mista
In una prospettiva operativa di progettazione e di design, le
definizioni classiche del termine strumento ci sembrano oggi
insufficienti. In effetti, esse non consentono affatto di individuare
ciò che è realmente uno strumento per un utilizzatore,
e mal si prestano, in questo modo, a una progettazione operativa.
Proporremo dunque, a un tempo, una concettualizzazione tanto
teoricamente diversa quanto vôlta alloperatività.
Il punto fondamentale di questa concettualizzazione è
il seguente: lo strumento non può essere ridotto né
allartefatto né alloggetto tecnico (o alla
macchina, a seconda delle terminologie). Proponiamo di considerare
lo strumento come unentità mista, che attiene al
tempo stesso al soggetto e alloggetto (nel senso filosofico
del termine): lo strumento è unentità composita
che comprende una componente artefatto (un artefatto, una frazione
di artefatto o un insieme di artefatti) e una componente schema
(lo schema o gli schemi duso, essi stessi spesso legati
a schemi di azione più generali). Uno strumento è
dunque formato da due componenti:
a) un artefatto, materiale o simbolico, prodotto dal soggetto
o da altri;
b) uno o più schemi duso associati, risultanti
da una costruzione propria del soggetto, autonomi o dipendenti
da schemi sociali duso già precedentemente formati:
schemi duso e schemi di attività (individuale o
collettiva) con strumenti.
Per illustrare questa concettualizzazione dello strumento prendiamo
un esempio in prestito dal designer Luigi Bandini Buti a proposito
delluso di un dispositivo destinato alla regolazione del
sedile di unautovettura. Si tratta di una manopola collocata
a lato del sedile. Questa manopola costituisce la componente
artefatto dello strumento. Sono possibili tre movimenti
di comando: 1) la rotazione permette di controllare linclinazione
dello schienale; 2) la traslazione orizzontale consente di gestire
la regolazione della distanza sedile-volante; 3) la traslazione
verticale la regolazione dellaltezza.
La prima manopola concepita era rotonda (fig. 2a). Questo ha
portato sistematicamente gli utilizzatori a usarla in senso
rotatorio, essendo le traslazioni molto difficili da identificare.
La seconda manopola, realizzata con una forma appiattita, combinava
invece due forme piane, orientate orizzontalmente e verticalmente
(fig. 2b). Questa seconda combinazione di forme suggeriva effettivamente
i diversi movimenti possibili e favoriva, sfruttando la percezione
tattile, le azioni corrispondenti: girare, tirare verso lalto,
spingere verso il basso, ecc. |
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Gli
schemi duso
Questo esempio non fa altro che mettere in evidenza lattivazione
di schemi duso molto elementari (girare, tirare, spingere
)
che costituiscono la base di uno schema duso che li ingloba:
lo schema di regolazione. In effetti, dai primi contatti dellutilizzatore
con il dispositivo di regolazione, la relazione azione-risultati,
in termini di effetti sul sedile, non è ancora costituita
nel dettaglio (tale azione produce il tal risultato) anche se
è costituita nel suo principio (agendo sulla manopola
si effettua la regolazione). Lo stesso vale per la concatenazione
delle azioni.
Compito della fase iniziale della progettazione sarà
quindi costituire lo schema (o linsieme coordinato degli
schemi) di regolazione da associare allartefatto (la manopola
come luogo delle azioni) per formare uno strumento che permetta
di agire sulloggetto (il sedile come luogo degli effetti).
Gli schemi duso sono degli organizzatori: organizzano
lazione dei soggetti. Essi corrispondono agli aspetti
invariati delle azioni allinterno di classi di situazioni
conosciute. Poiché nelle diverse situazioni esistono
aspetti stabili, anche le azioni comprendono aspetti stabili
gestiti dagli schemi; ovvero: nelle specifiche situazioni duso,
un artefatto costituisce un aspetto stabile. Ecco perché
gli utilizzatori costruiscono degli schemi duso che, associati
allartefatto, formano lo strumento. Così lassociazione
tra gli schemi scrittura e un artefatto di tipo penna-stilo
costituisce lo strumento grazie al quale posso redigere un testo.
Gli schemi sono degli assimilatori: un singolo schema può
essere applicato, in modi simili, a parecchi tipi di artefatti.
Lo schema picchiare associato al martello può per esempio
essere momentaneamente associato a una chiave inglese. Questa
proprietà è di grande interesse per la progettazione,
perché rende possibile recuperare e sfruttare gli schemi
duso già esistenti per gli oggetto già conosciuti,
con la prospettiva di una assimilazione del prodotto
(ovvero far propri gli schemi duso di altri oggetti) in
corso di progetto. Allo stesso tempo, gli schemi sono adattabili:
possono trasformarsi, se la situazione muta. Anche questultima
caratteristica è interessante per la progettazione, perché
rende possibile appoggiarsi a uno schema duso
che è solamente vicino allo schema del nuovo
oggetto.
Gli schemi duso hanno nel contempo una dimensione individuale
e una dimensione sociale. La prima è propria di ciascun
individuo; la seconda deriva dal fatto che gli schemi si elaborano
nel corso di un processo che vede i diversi appartenenti a una
collettività interagire fra loro: tutti gli utilizzatori,
ma anche coloro che progettano gli artefatti, contribuiscono
a questa messa in luce degli schemi. Gli schemi rappresentano
loggetto di trasmissione, di trasferimento, più
o meno formalizzato: dallinformazione trasmessa da un
utilizzatore allaltro, fino alla formazione strutturata
intorno ai sistemi tecnici complessi, passando per i diversi
tipi di aiuto allutilizzatore (notizie, istruzioni duso,
aiuti di diverso tipo più o meno incorporati nellartefatto
stesso). Ecco perché parliamo di schemi duso sociali.
La dimensione sociale degli schemi duso in una prospettiva
di progetto gioca un ruolo ineliminabile. Gli schemi duso
sono infatti comuni allinsieme (o a gran parte) degli
appartenenti a un gruppo sociale, a una collettività
culturale, a un paese, ecc. Anche in questo caso la progettazione
può appoggiarsi agli schemi sociali duso già
largamente diffusi nella collettività considerata, e
tenerne conto nel corso del processo di progettazione. |
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I
processi di genesi strumentale
Abbiamo prima ricordato lesempio della chiave inglese
trasformata in martello. Si tratta di una catacresi, nel senso
inteso da Faverge (1970). Il termine catacresi è preso
a prestito dalla linguistica e dalla retorica dove designa
come la metafora luso di una parola al di là
della sua accezione propria, o al posto di unaltra. Per
estensione, lidea è stata trasportata nel campo
delluso degli attrezzi per designare limpiego di
un attrezzo al posto di un altro o limpiego di attrezzi
per usi a loro sconosciuti.
Si potrà pensare che nel contesto delle tecnologie contemporanee
le catacresi tenderanno a diminuire, o che non ce ne siano affatto;
ciò non è vero. Basta un noto esempio a mostrare
il contrario: si tratta della storia, accaduta negli Stati Uniti,
di un povero gatto messo ad asciugare dentro il forno a microonde.
Al di là delle evidenti e orribili conseguenze, questo
è un tipico esempio di catacresi. Negli USA, in effetti,
i forni domestici servono frequentemente ad altri usi oltre
alla cottura degli alimenti.
Sono molti gli esempi di catacresi che si possono individuare,
anche in settori dove meno ce lo aspetteremmo. Si ricorda il
caso di piloti di aereo che, non soddisfatti della velocità
di discesa prevista dal calcolatore di bordo in fase di atterraggio,
davano informazioni false al calcolatore (per esempio un vento
di poppa inesistente), in modo che questo definisse una velocità
di discesa più conforme ai loro desideri. Ciò
indica che anche con le tecnologie estremamente controllate
è possibile a un utilizzatore far proprio il controllo
di un sistema, una volta che si disponga di una qualche porta
daccesso (nel nostro esempio: le informazioni che il calcolatore
non può acquisire in proprio e che il pilota è
tenuto a fornirgli).
Normalmente le catacresi sono interpretate in termini di deviazione
delloggetto rispetto alle funzioni previste dai progettisti,
agli usi che essi immaginavano o anticipavano. Questa interpretazione
in termini di deviazione non è la sola possibile né,
dal nostro punto di vista, la sola auspicabile. La catacresi
può essere considerata ugualmente anche come lespressione
di una attività specifica del soggetto: lappropriazione
dello strumento e, più generalmente, la produzione di
modalità di azione.
Proponiamo dunque di considerare le catacresi come indici del
contributo degli utilizzatori al progetto delluso dellartefatto
e dello strumento, particolarmente (ma non solamente) di quella
parte dello strumento rappresentata dagli schemi duso.
Lesistenza delle catacresi testimonia lelaborazione
da parte del soggetto dei mezzi adatti ai fini perseguiti, ovvero
dellelaborazione di strumenti destinati allinserimento
della sua attività in funzione di suoi propri obiettivi.
Proponiamo di interpretare queste catacresi in termini di genesi
strumentale: lafferrare, con un solo movimento, levoluzione
degli artefatti legati allattività dellutilizzatore
e lemergere degli usi (che si strutturano in tipi differenti
di schemi duso) come partecipi dun identico processo
di genesi e di elaborazione strumentale. Questo processo riguarda
i due poli dellentità strumentale lartefatto
e gli schemi duso e ha due dimensioni: la strumentalizzazione,
diretta verso lartefatto e la strumentazione, relativa
al soggetto stesso. |
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Strumentalizzazione
e strumentazione
I processi di strumentalizzazione sono relativi allemergere
e allo sviluppo delle componenti artefatto dello
strumento: selezionare, raggruppare, produrre e istituire le
funzioni dellartefatto, trasformarlo nella struttura,
nel funzionamento, ecc. Queste componenti prolungano le creazioni
e le realizzazioni di artefatti, per cui i limiti sono qui difficili
da determinare.
I processi di strumentazione sono invece relativi allemergere
e allo sviluppo degli schemi duso: la loro costituzione,
il loro funzionamento, la loro evoluzione e anche lassimilazione
di artefatti nuovi a schemi già costituiti, ecc.
Ciò che distingue questi due processi è lorientamento
dellattività: nei processi di strumentazione essa
è orientata verso il soggetto stesso, mentre nel processo
correlativo di strumentalizzazione è orientata verso
la componente artefatto dello strumento. I due processi contribuiscono
in modo solidale alla costituzione e allevoluzione degli
strumenti anche se, secondo le situazioni, uno dei due può
essere più sviluppato, dominante, perfino il solo messo
in opera.
La strumentalizzazione può essere considerata come un
processo di arricchimento delle proprietà dellartefatto,
un processo che si appoggia sulle sue caratteristiche e delle
sue proprietà. A questultime, il processo di strumentalizzazione
offre uno statuto in funzione dellazione in corso e della
situazione specifica duso (nellesempio di Faverge:
la massa della chiave inglese sostituisce il martello).
Oltre allazione in corso, queste proprietà possono
conservare lo statuto di funzione acquisita. Esse allora costituiscono,
per il soggetto, una caratteristica, una proprietà permanente
dellartefatto o, più esattamente, della componente
artefatto dello strumento. La funzione acquisita è una
proprietà costituita, attribuita dal soggetto affinché
lartefatto possa essere costitutivo di uno strumento.
È così che la massa, che è una proprietà
peculiare della chiave inglese, non è al cuore
di una funzione originale di questo artefatto (mentre è
evidentemente centrale per il martello). Per contro, il soggetto
utilizza la massa della chiave per conferirle nuove funzioni
(ad esempio per piantare un chiodo) e queste nuove funzioni,
da quando vengono conservate, hanno lo statuto di proprietà
costitutive dellartefatto in tal modo strumentalizzato.
È possibile, a partire da questo esempio che non implica
la trasformazione materiale dellartefatto, distinguere
due livelli di strumentalizzazione attraverso lattribuzione
di funzione a un artefatto:
al primo livello, la strumentalizzazione è locale,
legata occasionalmente a una singola azione e alla circostanza
del suo svolgimento: lartefatto è momentaneamente
strumentalizzato;
al secondo livello, la funzione acquisita è conservata
in modo durevole come proprietà dellartefatto in
relazione a una classe di azioni, situazioni e oggetti: la strumentalizzazione
è durevole, se non permanente.
Nelluno e nellaltro caso non cè una
trasformazione materiale dellartefatto, questo si è
solamente arricchito di nuove proprietà acquisite momentaneamente
o durevolmente. Utilizzeremo i concetti elaborati da Mounoud
(1970) funzioni costituenti e funzioni
costituite per specificare le genesi strumentali.
Gli artefatti con i quali i soggetti si confrontano in situazioni
naturali (lavoro, formazione, vita quotidiana) hanno
la caratteristica di essere elaborati per realizzare funzioni
preliminarmente definite, intrinseche e costitutive dellartefatto.
Funzioni che considereremo come funzioni costituenti. Ma, daltro
canto, i processi di strumentalizzazione dellartefatto
fanno emergere, momentaneamente o durevolmente, funzioni nuove.
Queste funzioni nuove sono quelle che vengono elaborate nel
corso della genesi strumentale, e possiamo considerarle funzioni
costituite. È così che la progettazione prosegue
nelluso. |
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La
progettazione prosegue nelluso
La progettazione di un artefatto si fonda senza dubbio su una
certa previsione dei suoi usi possibili. Ma, soprattutto con
le tecnologie contemporanee, la complessità è
tale e la diversità delle possibilità così
grande che solamente una piccola parte di essi può essere
effettivamente prevista. È nella messa in opera dei sistemi
che le strumentalizzazioni potenziali emergono, si rivelano
o vengono inventate: esse sono per lo più concepite dagli
utilizzatori stessi, da soli o in collaborazione con gli ideatori
iniziali. È lo stesso artefatto che viene rimesso in
discussione, per evolversi. Questo può divenire un principio
di progettazione.
Lidea di un proseguimento della progettazione nelluso
va considerata nellideazione iniziale, attraverso lelaborazione
di sistemi modificabili. Henderson e Kyng (1991)
hanno cercato di definire alcuni livelli di modificabilità
dei sistemi:
a) non modificabili;
b) modificabili e adattabili nei limiti e nelle prospettive
previste dal progettista;
c) trasformabili in nuove prospettive dal punto di vista delle
funzioni.
Questi ultimi due livelli riguardano i processi di strumentalizzazione
identificati in situazioni reali da parte degli autori: il primo,
sul piano delladattamento allutilizzatore in uno
spazio anticipato dal progettista; il secondo, sul
piano dellemergenza di nuove funzioni per e dallutilizzatore.
A questi livelli corrispondono differenti tipi di pratiche degli
utilizzatori:
la scelta tra opzioni preliminarmente determinate nel
corso della progettazione iniziale;
la costruzione di nuovi comportamenti dellartefatto
a partire dagli elementi esistenti (si tratta di modificare
lorganizzazione di elementi già esistenti per raggruppamento
di operazioni, riconfigurazioni, ecc.);
la trasformazione dellartefatto stesso. |
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Progettare
per se stessi
I processi di genesi strumentale che abbiamo messo in evidenza
ovvero il proseguimento della progettazione nelluso
conducono a porre il problema delle relazioni tra questi
processi e i processi di progettazione istituzionale, vale a
dire con ciò che comunemente caratterizza la progettazione
nel sistema di produzione.
Lo schema classico che distingue temporalmente progettazione
e uso vuole che, dopo le fasi di messa a punto ed eventualmente
dinstallazione, cominci la fase duso propriamente
detta, intesa come la messa in opera dellartefatto. È
sulla base di questo schema che una parte dei processi di strumentalizzazione
viene considerata come deviazione dellartefatto.
Le interpretazioni che noi avanziamo portano a riconsiderare
questo schema. Infatti, il processo di progettazione non si
ferma alla soglia delluso, ma prosegue nel corso delluso
stesso come genesi strumentale, sia attraverso i
processi di strumentazione orientati verso il soggetto, sia
attraverso i processi di strumentalizzazione che si indirizzano
direttamente verso lartefatto.
In questa prospettiva, gli utilizzatori, in quanto attori di
questo processo, sono anche attori del movimento dinsieme
della progettazione, certamente in un modo e a un titolo diverso
dai progettisti istituzionali. si tratta, da parte
degli utilizzatori, della progettazione per se stessi, di un
uso individuale dellartefatto che conferisce a questo
proprietà nuove che potranno anche, in alcuni casi, essere
in seguito strutturalmente iscritte nellartefatto: una
progettazione per se stessi, ma che può anche essere
estesa alla collettività.
La progettazione dellartefatto prosegue nelluso:
le funzioni e le proprietà costituite prolungano le funzioni
e le proprietà costituenti. Le funzioni costituite, in
alcuni casi, anticipano le funzioni costituenti future come
illustra la fig. 3. È il caso, ad esempio, di situazioni
in cui gli utilizzatori sono condotti a produrre artefatti nuovi;
o quando coloro che istituzionalmente progettano si ispirano
a funzioni costituite create dagli utilizzatori per implementarle
e farne funzioni costituenti di una nuova generazione di artefatti.
È ciò che sottolineano Bannon e Bodker (1991):
gli artefatti si evolvono continuamente, essi riflettono uno
stato storico della pratica degli utilizzatori e allo stesso
tempo modellano tale pratica. Le operazioni sviluppate dagli
utilizzatori vengono successivamente, nelle generazioni future,
incorporate nellartefatto.
Le genesi strumentali si iscrivono dunque nel processo dinsieme,
dove funzioni costituenti e funzioni costituite si articolano
in filiazioni reciproche, le une in rapporto con le altre. Un
processo in cui gli attori sono contemporaneamente i progettisti
istituzionali e gli utilizzatori (fig. 3). |
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Il
ciclo globale della progettazione
Abbiamo ricordato il contributo degli utilizzatori alla progettazione
degli artefatti. Ma questo non è il solo loro apporto:
anche i processi di strumentazione, che costituiscono laltra
faccia della genesi strumentale, si iscrivono nel ciclo dinsieme
della progettazione. Coloro che istituzionalmente progettano
anticipano e prevedono, per professione, le modalità
duso dello strumento, assegnando allutilizzatore
ruoli e mansioni, attraverso determinate modalità operative.
Ma i processi di strumentazione conducono a individualizzare
queste modalità, queste previsioni duso, in funzione
delle specificità individuali così come delle
classi di situazioni e delle loro variabili.
Gli schemi sociali duso da una parte si iscrivono nel
prolungamento (in continuità ma anche in rottura) delle
modalità operative previste nella progettazione; dallaltra
prefigurano le procedure e le modalità operative future.
I processi di strumentazione partecipano anche ai processi di
concepimento iscrivendosi in un ciclo:
modalità operative previste - schemi duso
- nuove modalità operative.
Questo ciclo è parallelo e vicino a un secondo ciclo,
al quale partecipano i processi di strumentalizzazione (fig.3):
funzioni costituenti - funzioni costituite
- iscrizione delle funzioni costituite nellartefatto
Questi due cicli sono fra di loro associati, in un rapporto
di relativa indipendenza. In effetti, abbiamo già sottolineato
che, in funzione delle situazioni, uno dei due processi
strumentazione o strumentalizzazione può essere
più accentuato dellaltro, perfino il solo presente.
Ora, considerando i movimenti dinsieme nei quali si iscrivono
le genesi strumentali su scala macroscopica, lautodefinizione
relativa a ciascuno dei processi di strumentazione e di strumentalizzazione
potrà essere ancora più importante. Ecco perché
pensiamo che gli schemi potrebbero ispirare ai progettisti di
artefatti delle modalità operative molto diverse da quelle,
associate originariamente, con le quali gli artefatti costituiscono
unentità strumentale (Rabardel, 1991). Analogamente,
le evoluzioni che gli utilizzatori producono sugli artefatti
possono, al momento di una fase successiva di progettazione
istituzionale, iscriversi in nuovi artefatti di tuttaltra
natura.
I processi di strumentalizzazione e di strumentazione partecipano
dunque al ciclo globale della progettazione, nello stesso tempo
solidarmente, in quanto genesi strumentale privata, e potenzialmente,
in modo autonomo, per transfert o trasposizione ad altri cicli
di progettazione. |
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