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Una
macchina per il giocoliere
Intervista a Tomás
Maldonado |
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Un
anno fa è stato varato, presso la Facoltà di Architettura
del Politecnico di Milano, il primo corso di laurea in Disegno
industriale in Italia, fortemente voluto da Tomás Maldonado,
insieme ad altri professori, fra cui Francesco Trabucco, Ezio
Manzini e Giovanni Anceschi. Questo primo anniversario può
essere utile per verificare quanto i temi ergonomici siano oggi
sentiti all'interno della cultura del progetto. E anche per
"aggiornare", eventualmente, i confini dell'ergonomia,
dei suoi campi applicativi e dei nuovi compiti che l'attendono.
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Professor
Maldonado, dalla Hochschule für Gestaltung di Ulm fino
al corso di laurea del Politecnico la sua vita di studioso e
progettista è stata segnata da un'attenzione sempre puntuale
verso il mondo della produzione degli oggetti d'uso. Lei si
è occupato di storia e teoria del design, di metodologia
e didattica della progettazione, di semiotica e scienze della
comunicazione. C'è posto anche per l'ergonomia?
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Il corso di
laurea in Disegno industriale che lei ha citato è improntato
alle tematiche del prodotto; è logico, quindi, che in
esso si attribuisca un ruolo importante all'ergonomia, disciplina
notoriamente finalizzata all'ottimizzazione del rapporto prodotto-utente.
Nel nuovo corso è stato già attivato, da un anno,
l'insegnamento di ergonomia; anche se, va detto per inciso,
si tratta di una disciplina, dal punto di vista didattico, ancora
tutta da costruire. In quanto alla sua domanda, più personale,
se tra i miei interessi di studioso ci sia posto per l'ergonomia,
posso assicurarle che il posto c'è. E non da oggi. Infatti,
l'ergonomia è stata al centro dei miei interessi di studioso,
di docente e di progettista fin dagli anni cinquanta, da quando
cioè insegnavo a Ulm. Allora era molto sentito da me,
e dai miei colleghi, l'impatto dei nuovi sviluppi della human
engineering, disciplina che, dal 1947, secondo la proposta dello
scienziato britannico Murrell, cominciava a essere chiamata
internazionalmente ergonomia. Importante era il fatto che questi
sviluppi, senza dubbio molto innovativi, avevano avuto luogo
soprattutto negli istituti di ricerca statunitensi in ambito
militare. Non a caso, Paul M. Fitts, uno dei principali protagonisti
della nuova ergonomia negli Stati Uniti, era allora il direttore
del Dipartimento di Psicologia dell'Aero Medical Laboratory,
dedicato prevalentemente alla ricerca delle prestazioni operative
dei piloti negli aerei militari. In quegli anni, come risultato
di questi studi, era in corso un significativo mutamento rispetto
all'approccio tradizionale della fisiologia del lavoro propria
dell'industria statunitense dei primi vent'anni del secolo.
Un approccio che, come si ricorderà, affrontava il rapporto
uomo-macchina in termini di adattamento dell'uomo alla macchina,
selezionando gli operatori, quasi esclusivamente, in base alle
loro abilità e alle loro caratteristiche fisiche e psichiche.
Durante e dopo la seconda guerra mondiale questa visione venne
rovesciata: l'obiettivo diventò piuttosto quello di ridisegnare
le macchine per renderle più consone alle esigenze di
un operatore medio. La guerra, infatti, non permetteva tempi
lunghi per l'addestramento, né era sempre possibile trovare
le persone idealmente adatte a svolgere determinate operazioni.
Bisognava quindi occuparsi della macchina - o, detto altrimenti,
del prodotto.
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In quale
misura questa svolta si rivela importante per il disegno industriale
e il suo insegnamento e, concretamente, per il ruolo dell'ergonomia
nei piani di studi della Scuola di Ulm?
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Noi percepimmo
subito il significato di tale svolta. Il fatto che l'ottimizzazione
del rapporto uomo-macchina fosse affrontata in termini di progettazione
della macchina non poteva ovviamente lasciare indifferente una
scuola in cui la progettazione era il tema centrale. Siamo così
entrati direttamente in contatto con la Ohio State University,
dove insegnava appunto Fitts. Un allievo di quest'ultimo, il
prof. Bahrick, venne chiamato a Ulm per insegnare ergonomia,
che per la prima volta entrava a far parte del piano di studi
di una scuola di disegno industriale. In anni successivi, il
prof. E. Grandjean, del Politecnico di Zurigo, uno dei più
noti studiosi europei nel campo della fisiologia del lavoro,
insegnerà, anche lui, ergonomia a Ulm. Ho raccontato
tutto questo per porre in evidenza l'origine del mio interesse
e del mio rapporto con l'ergonomia.
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Quali
erano i campi applicativi di questa ergonomia nata, o rinata,
durante la guerra? Non certo i prodotti d'uso quotidiano...
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E' vero. La
ricerca in campo militare non è stata infatti mai, in
linea di principio, interessata ai prodotti d'uso quotidiano.
Anzi, tutto ciò che riguarda la vita quotidiana degli
uomini, ossia la loro vita in "tempo di pace", è
stato di solito visto con indifferenza e persino con diffidenza.
E la ragione è ovvia: la finalità ultima della
ricerca militare è stata sempre l'annichilimento della
vita - quotidiana o meno - degli uomini. Almeno di quelli giudicati
nemici. O presunti tali. Non occorre essere un pacifista a oltranza,
come io mi ritengo, per riconoscere che questo giudizio è
molto vicino alla realtà. Ciò nonostante, mi sembrerebbe
alquanto riduttivo avvalersi di tale giudizio per mettere in
dubbio un fatto, mi pare, ormai innegabile: che i progressi
scientifici e tecnici raggiunti in alcuni settori della ricerca
militare hanno avuto, e continuano ad avere, ricadute applicative
nel mondo dei prodotti di uso non militare. Ricadute che si
prodigano certo in modo mediato, lento, col contagocce, ma che
sono comunque ricadute. Uno di questi settori è di sicuro
l'ergonomia. Durante la seconda guerra mondiale, la ricerca
militare in campo ergonomico era stata costretta, lo abbiamo
già detto, a collocare al centro dell'attenzione il ridisegno
della macchina. Lo scopo era di renderla più agevole,
più confortevole e, come si direbbe oggi, più
amichevole per l'utente. Può sembrare contraddittorio,
ma il fatto di attribuire un ruolo prioritario al ridisegno
della macchina ha portato a privilegiare lo studio del comportamento
sensopercettivo e sensomotorio dell'uomo in funzione operativa.
E ciò per il semplice motivo che risultava difficile,
se non impossibile, cercare di adattare la macchina all'utente
senza avere una conoscenza approfondita del soggetto al quale
essa si doveva adattare, ossia dell'operatore. E' in risposta
a questa esigenza che la ricerca ergonomica (militare) punta,
dall'inizio, a un'accurata analisi del comportamento dell'uomo
di fronte a compiti decisivi nell'interfaccia operativa con
la macchina, compiti che riguardano al medesimo tempo il suo
comportamento attivo e comunicativo. Tale analisi, com'era prevedibile,
veniva a rafforzare la natura decisamente interdisciplinare
dell'ergonomia. Così, l'ergonomia diventa sempre più
un sistema riccamente articolato dei più svariati saperi,
un sistema di cui fanno parte la psicologia, la fisiologia,
l'anatomia, l'ingegneria, la sistemistica, l'informatica, l'antropologia,
la linguistica e la semiotica descrittiva. E, non per ultimo,
il disegno industriale.
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Ci può
dare alcuni esempi concreti dei contributi di questo nuovo orientamento
dell'ergonomia?
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Per evitare
una versione troppo astratta dei contributi della nuova ergonomia,
mi sembra importante scendere al particolare, ossia individuare
il contesto specifico in cui tali contributi sono stati fatti.
Innanzitutto, vorrei ricordare, anche se può sembrare
superfluo in una rivista di ergonomia, che le macchine di solito
offrono all'operatore sostanzialmente due possibilità
di interfaccia: tramite dispositivi di indicazione o/e tramite
dispositivi di comando. I dispositivi di indicazione, chiamati
anche strumenti indicatori, servono a comunicare informazione
visiva, acustica o tattile all'operatore. I dispositivi di comando,
noti anche come organi di comando, sono i congegni meccanici
o elettromeccanici tramite i quali, con l'aiuto diretto dei
propri arti inferiori e superiori, l'operatore provvede a generare,
a interrompere o a regolare le azioni della macchina. L'ergonomia
militare ha dato, durante l'ultimo conflitto mondiale e negli
anni che seguirono, un formidabile apporto alla ricerca sperimentale
attinente all'uso tanto dei dispositivi di indicazione quanto
di quelli di comando. Il capitale di esperienze e conoscenze
accumulati al riguardo ha avuto un'influenza considerevole nella
progettazione dei pannelli di controllo degli aerei e dei grandi
impianti industriali, ma anche dei cruscotti e degli abitacoli
degli automotori, degli strumenti di indicazione e comando delle
macchine utensili, dei mobili da ufficio, degli artefatti dell'elettronica
di consumo e persino degli elettrodomestici.
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Ma questi
sviluppi hanno avuto luogo, come Lei stesso ha sottolineato,
nel contesto bellico e postbellico degli anni '40. La mia domanda
è: in un contesto come l'attuale, per tanti versi assai
lontano da quello descritto, quali sono i nuovi problemi con
cui l'ergonomia deve misurarsi?
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E' evidente
che esistono, come Lei suggerisce, nuovi problemi. Lungi da
me sostenere che dopo la svolta degli anni '40 non ci siano
stati nuovi problemi e che l'ergonomia debba continuare a girare
intorno a quelli che erano stati allora individuati e in gran
parte risolti. Facciamo il tentativo di individuare quali sono
i nuovi problemi. In primo luogo, vorrei menzionare quelli che
risultano dall'impatto destabilizzante della microelettronica,
dell'informatica e della robotica sul tradizionale assetto del
sistema uomo-macchina. Per capire meglio ciò che sta
accadendo, può essere utile ricordare come è mutato
nel tempo il rapporto quantitativo tra dispositivi di indicazione
e dispositivi di comando. Mentre negli anni '20 e '30, per esempio,
una macchina utensile aveva circa il 70% di dispositivi di comando
e solo il 30% di dispositivi di indicazione, oggi invece il
rapporto è esattamente rovesciato. Ma non è tutto.
E' probabile che, nel futuro, una sempre maggiore sofisticazione
della robotica potrebbe rendere superflui (o quasi) gli stessi
dispositivi di indicazione. Se questo si verificasse, avremmo
raggiunto un punto particolarmente critico negli studi ergonomici
relativi alle macchine. In teoria, si potrebbe arrivare a escludere,
o almeno a rendere saltuario, eccezionale, il rapporto di interfaccia
dell'uomo con la macchina. A un tratto, verrebbe così
cancellato un importante aspetto dell'ergonomia. Va detto però
che tale eventualità riguarda soltanto alcuni settori
di punta del mondo delle macchine. A dire la verità,
la stragrande maggioranza di esse si trovano oggi nella fase,
poc'anzi discussa, di un'ipertrofia dei dispositivi di indicazione
e di un'atrofia dei dispositivi di comando. E l'ergonomia dovrà,
ancora per un lungo periodo, occuparsi delle questioni che tale
fenomeno solleva.
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Lei non
crede che, nella sua posizione, ci sia un'enfasi eccessiva per
l'ergonomia intesa principalmente come ergonomia delle macchine,
sottovalutando in questo modo altre famiglie di prodotti in
cui le questioni ergonomiche sono altrettanto rilevanti?
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Non lo escludo.
E' indubbio che il mio interesse per l'ergonomia, come già
ho ricordato, appare, oggi come ieri, fortemente condizionato
dalla storia del mio rapporto personale con l'ergonomia. Il
primo amore, per così dire, lascia sempre le sue tracce.
Sono arrivato all'ergonomia attraverso una visione hard, non
soft, della disciplina. Preferivo gli argomenti relativi ai
visual displays dei pannelli di controllo degli aerei che non
quelli attinenti all'impugnatura ottimale dei martelli. (Con
tutto il rispetto per la rilevanza ergonomica di questi ultimi).
Ciò non sta però a significare, sia chiaro, che
io abbia avuto un atteggiamento dogmatico in proposito. Al contrario.
Il mio è stato sempre un atteggiamento critico nei confronti
della nuova ergonomia. In molte occasioni ho preso le distanze
dell'eccessivo riduzionismo della scuola statunitense. Mai ho
condiviso, per esempio, la forte pregiudiziale di questa scuola
nei confronti degli aspetti antropologici, sociologici e culturali
nello studio del rapporto dell'uomo con gli oggetti, indipendentemente
dalla natura e dalle funzioni di questi oggetti. No, se ci penso,
non credo che nella mia posizione ci sia, come Lei ipotizza,
una sottovalutazione delle implicazioni ergonomiche di "altre
famiglie di prodotti".
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Se è
così, come vede il contributo dell'ergonomia alla progettazione
di queste altre famiglie di prodotti?
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A mio parere,
non è corretto parlare in termini generali di un contributo
dell'ergonomia alla progettazione dei prodotti. Importante è
specificare sempre a che tipo di prodotti ci riferiamo. E' ovvio
che non tutti i prodotti hanno implicazioni ergonomiche dello
stesso genere e della stessa portata. Senza dimenticare il fatto
che ci sono prodotti di una tale semplicità che risulterebbe
eccessivo e persino, diciamolo pure, un po' pedante, scomodare
l'ergonomia per progettarli. E c'è un problema in più:
non è detto che tutti i progettisti di prodotti siano
interessati ad avvalersi del concorso dell'ergonomia nel loro
lavoro. Anzi, per molti l'ergonomia è legata a una cultura
funzionalista che essi, senza mezzi termini, ripudiano. Alludo
in particolare a coloro che progettano mobili e suppellettili
con una forte impronta artigianale e decorativa, e che di solito
manifestano un assoluto disinteresse, e persino fastidio per
le questioni che riguardano le prestazioni funzionali. Possiamo
fare tutte le sfumature interpretative che vogliamo, ma un punto
deve rimanere fermo: il ricorso all'ergonomia ha un senso solo
quando la volontà di ottimizzare una prestazione è
dominante nell'approccio progettuale. Quando questa manca, l'ergonomia
non ha nulla da offrire. Nel disegno industriale questa volontà
è stata sempre presente. Non c'è pertanto da meravigliarsi
che tra gli esponenti di questa attività ci sia ormai
una consolidata tradizione di collaborazione con l'ergonomia.
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Troviamo
molto pertinente la sua osservazione sul fatto che l'ergonomia
non vada vista come una sorta di chiave universale applicabile
ai più svariati tipi di prodotti, senza tener conto delle
specifiche esigenze - appunto ergonomiche - di ognuno di essi.
Per rendere più chiaro questo assunto, ci può
fornire al riguardo alcuni esempi?
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Lo faccio volentieri.
Ma per facilitare una loro corretta valutazione, non vorrei
presentarli isolatamente, ma nel contesto di una riflessione
sull'idea di complessità ergonomica. Semplificando forse
un po' troppo le cose, ritengo che si possa parlare di un basso,
medio e alto livello di complessità ergonomica degli
oggetti. Senza voler fare una classificazione troppo rigida,
mi sento di dire che, per esempio, l'interno di una navicella
spaziale, un apparecchio di tomografia computerizzata e il banco
di miscelazione video in uno studio televisivo appartengono
alla categoria di oggetti (o sistemi di oggetti) di alta complessità;
una motocicletta, una lavastoviglie e una poltrona per ufficio,
a quella di media complessità; una caffettiera, una penna
stilografica e una maniglia di porta, a quella di bassa complessità.
Non mi sfugge il carattere un tanto semplicistico di una simile
classificazione. Posso anche immaginare che qualcuno voglia
privilegiare categorie più flessibili, nonché
preferire esempi più calzanti. Tuttavia, nello spazio
di un'intervista, credo che le categorie ipotizzate e gli esempi
scelti siano più che sufficienti per dimostrare - ciò
che peraltro è abbastanza ovvio - che i contributi dell'ergonomia
alla progettazione cambiano a seconda del grado di complessità
delle implicazioni ergonomiche dei prodotti in esame.
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Vorremmo
tornare sull'argomento, da Lei già prima in parte chiarito,
del rapporto tra ergonomia "dura" (hard) e "morbida"
(soft). Ci sembra necessario perché nella classificazione
appena descritta e negli esempi da Lei scelti per illustrarla,
riappare sotto sotto una questione cruciale. Da un lato ci sarebbe
l'ergonomia che, per l'alta complessità dei problemi
che è chiamata ad affrontare, deve far ricorso al patrimonio
sperimentale; dall'altro, l'ergonomia che, occupandosi di problemi
di media e soprattutto di bassa complessità, ne può
prescindere. Le chiedo: in quest'ultimo caso quali sono i metodi
che vengono utilizzati? Qual è il ruolo che in essi possono
svolgere casomai le discipline umanistiche?
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A mio giudizio,
è lecito supporre che quanto minore è la complessità
del rapporto che intercorre tra l'uomo e gli oggetti, tanto
maggiore è il ruolo che possono svolgere le metodologie
qualitative proprie delle discipline umanistiche. Il che non
significa, sia chiaro, che queste metodologie siano prive di
utilità nei casi di alta complessità. Al contrario.
Nell'esempio di un ambiente estremo come quello della navicella
spaziale è difficile immaginare come si possa prescindere
dal prezioso contributo di tali metodologie. Gli uomini destinati
a vivere per giorni, mesi e addirittura anni in uno spazio artificiale
portano con sé l'impronta incancellabile della cultura
di provenienza, un sistema di credenze e valori che condiziona
fortemente il loro comportamento sensomotorio e sensopercettivo.
D'altra parte, malgrado le critiche che si possono fare all'ergonomia
che, per comodità, abbiamo definito hard, si deve riconoscere
che è stata per l'appunto questa ergonomia a prospettare,
per prima, la centralità degli human factors. Ossia:
la centralità dell'uomo in contrapposizione alla centralità
della macchina. Aspetti, questi, richiamati proprio da coloro
che propiziano nell'ergonomia una maggiore attenzione per le
scienze umane.
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Secondo
Lei, la centralità della macchina non deve essere considerata
uno degli elementi più caratterizzanti del "taylorismo"?
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Senza dubbio.
Nella nuova ergonomia vi è implicita una critica all'approccio
organizzativo del lavoro industriale teorizzato (e praticato)
da F. W. Taylor e da F. e L. Gilbreth, approccio in cui, come
si sa, la subordinazione del lavoro ai vincoli della macchina
era l'assunto basilare. Di solito, al lavoratore non rimaneva
altra scelta che adattarsi alla macchina o cedere il suo posto
a un altro capace di farlo. Ora, è la macchina che viene
messa in discussione. Ma torniamo alla sua precedente domanda
relativa alla metodologia. Poc'anzi, ho affermato che quanto
minore è la complessità del rapporto tra l'uomo
e l'oggetto, tanto maggiore è il ruolo che possono svolgere
le metodologie qualitative. Questo è, in linea di principio,
vero. Ha però una controindicazione: il rischio di un
uso troppo disinvolto dell'idea di metodologia qualitativa.
Molto spesso, in effetti, si ha l'impressione che venga chiamata
metodologia qualitativa qualsivoglia procedura che prescinda
dal ricorso all'uso di strumenti di quantificazione. Il che
non rende giustizia all'idea di metodologia qualitativa nelle
scienze umane. Anzi, le banalizza in modo inammissibile. La
metodologia qualitativa, come è stato spesso detto dai
suoi assertori, enfatizza certo il valore euristico dei dati
raccolti tramite un approccio soggettivo e intersoggettivo.
Ma, una volta che questi dati siano acquisiti, è d'obbligo
che essi siano sottoposti a una rigorosa verifica quantitativa,
una verifica non molto diversa da quella praticata nelle scienze
naturali. E' fuor di dubbio che in alcuni oggetti di bassa complessità
è possibile e necessario ricorrere all'uso di metodologie
qualitative, ma nella maggior parte dei casi, diciamo la verità,
non è né possibile né necessario. Mi sembra
più corretto quindi ripiegare su una interpretazione
che, seppur meno ambiziosa, ha il pregio di essere più
aderente alla realtà. In poche parole, credo che sia
meglio, in questi casi, parlare di buon senso ergonomico. Il
buon senso ergonomico è l'equivalente dell'occhio clinico
dei medici, ossia la capacità intuitiva di intravedere
la soluzione ergonomica giusta a un problema. Questa componente
intuitiva è già da molto riconosciuta in ergonomia,
persino in quella più hard. Non altro che intuitivo è
il cosiddetto principio del legame logico o naturale, il legame
che, nell'interesse dell'efficienza complessiva, è necessario
stabilire tra un'azione operativa e il suo risultato. Un esempio
ormai classico è quello dei due indicatori di direzione
nel cruscotto di un'automobile. Secondo il principio del legame
logico o naturale, quando si dovrà segnalare la svolta
a destra sarà l'indicatore di destra a lampeggiare, e
non quello di sinistra. E viceversa. Diciamo quindi che se di
metodo si può parlare in oggetti di bassa complessità,
esso appartiene piuttosto a un approccio intuitivo in cui predomina
il buon senso ergonomico. E non più di questo.
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Lei ha
evocato la natura interdisciplinare dell'ergonomia, e nell'elenco
delle discipline che ne farebbero parte, e parte attiva, ne
ha menzionate alcune che appartengono al campo delle scienze
umane e sociali. Può dirci come e in quali settori della
ricerca ergonomica esse svolgono un ruolo?
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Nel primo congresso
internazionale di ergonomia, tenutosi a Stoccolma del 1961,
erano apparse due chiare e in un certo senso contrapposte posizioni.
Da un lato vi erano coloro, in special modo gli esponenti della
scuola statunitense, che sostenevano la necessità di
difendere il patrimonio di rigore scientifico della disciplina.
Con questo si intendeva la necessità di restare fedeli,
senza compromessi, all'uso delle metodologie quantitative proprie,
come abbiamo visto, della ricerca empirica e sperimentale. Dall'altro,
vi erano coloro che, senza voler negare quel patrimonio, proponevano,
nei casi di oggetti di alta e media complessità, una
maggiore ricettività nei confronti delle metodologie
qualitative proprie delle scienze umane e sociali. Una posizione,
quest'ultima, che personalmente condividevo. Non per la voglia
di dare, per così dire, una patina umanistica all'ergonomia,
ma per la consapevolezza che molti problemi del rapporto uomo-macchina,
uomo-prodotto non si potevano risolvere senza integrare le metodologie
quantitative con quelle qualitative.
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Quali
erano questi problemi?
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Non posso, per
ovvie ragioni, menzionare tutti questi problemi, ma vorrei,
a mo' d'esempio, esaminarne uno che riguarda quel particolare
tipo di comportamento posturale che s'identifica con l'atto
di sedersi. Il modo di sedersi, come è arcinoto, non
è universale; molta gente non utilizza nemmeno le sedie.
In un articolo pubblicato nel 1964, in collaborazione con Gui
Bonsiepe, io avevo citato la mappa mundi delle posture sviluppata
da G. W. Hewes: in pratica, una carta geografica in cui era
rappresentata graficamente la diversità di modi di stare
seduti in tutto il mondo. Tale diversità è dovuta
al fatto che le "tecniche del corpo", vale a dire
i modi di far uso del proprio corpo, mutano da cultura a cultura.
E non solo: molto spesso, persino all'interno di una stessa
cultura posturale, possono verificarsi, a causa di particolari
condizioni ambientali, forti sperequazioni. Balza agli occhi
l'importanza di tutto ciò per l'ergonomia. Non c'è
dubbio che l'ergonomia debba accettare questa varietà
di comportamento degli uomini nei confronti degli oggetti. Ovvero,
deve prendere le distanze dal mito che sia possibile raggiungere
una ottimizzazione ergonomica, per così dire assoluta,
di un oggetto, valida non solo per sempre, bensì per
tutti gli utenti, in tutti luoghi e contesti. S'inganna, e inganna,
chi sostiene, per citare un caso, di aver progettato una poltrona
da ufficio ergonomicamente insuperabile. Il che non esclude
che alcune poltrone siano ergonomicamente migliori di altre.
La verità è che la poltrona assoluta non esiste,
né esisterà mai. Credere il contrario è
ignorare che l'atto di sedersi, pur in quello specifico contesto
lavorativo, soffre variazioni nel tempo. Variazioni dovute,
tra l'altro, a sottili (talvolta consistenti) mutamenti dei
compiti operativi che l'utente deve svolgere. Ed è chiaro
che, per affrontare i problemi che ciò comporta, non
bastano l'antropometria e la fisiologia del lavoro. Importante
è anche un'accurata analisi degli aspetti comportamentali
dell'utente, analisi a cui molto possono contribuire lo psicologo,
l'antropologo e il sociologo.
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Si parla
molto di usabilità, a proposito di ergonomia e di prodotti.
A prescindere da aspetti contingenti - oggetti meglio disegnati,
più semplici, più "trasparenti" - che
cosa incide sull'usabilità di un prodotto?
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Vorrei soffermarmi
su un tema che, da sempre, mi ha incuriosito. Alludo a quello
che, in un'altra occasione, ho chiamato il problema del giocoliere.
Un tema che riguarda un aspetto centrale dell'ergonomia: la
destrezza, ossia il saper fare con efficienza. Il giocoliere
lancia clave e altri oggetti in aria e li riprende con inaudita
maestria. Ma da dove viene la destrezza del giocoliere? E' cioè
solo una questione di addestramento e/o di predisposizione genetica,
o c'è qualcosa d'altro? Il virtuosismo del giocoliere
è un fenomeno tutt'altro che semplice. Se lo si vuole
capire a fondo, è opportuno tener conto che, nella fattispecie,
la destrezza è il risultato di un sistema sensomotorio
di altissima complessità, un sistema che si configura
come una intricata rete di interazioni tra fattori della più
svariata natura. Fattori motori, visivi, tattili e auditivi
che confluiscono in un'unica, coordinata azione. Il problema
di come tutto questo funziona a livello del sistema nervoso
centrale interessa oggi, non a caso, molti neuroscienziati ed
esperti in scienze cognitive. Secondo le confessioni dei giocolieri
- non so fino a che punto attendibili -, sembra che i loro errori
di esecuzione sarebbero abbastanza rari durante l'esibizione
davanti al pubblico, mentre diventerebbero più frequenti
durante l'esercitazione in privato. Se questo è vero,
qual è il suo significato? Azzardo un'interpretazione,
tutta da dimostrare: il sistema sensomotorio del giocoliere
sarebbe sensibile all'impatto della percezione sociale. Essere
percepito non sarebbe qualcosa di estraneo al sistema del giocoliere,
ma uno dei suoi elementi strutturanti. In altre parole, l'essere
percepito inciderebbe sulle modalità e sulla qualità
del comportamento efficace del giocoliere. Qual è l'insegnamento
che possiamo trarre da tutto questo, a livello d'ipotesi, per
l'ergonomia? A mio parere, un invito a ripensare alcuni tenaci
preconcetti che, non di rado, hanno avuto un effetto negativo
sugli sviluppi della ricerca ergonomica. Tra questi la resistenza
ad ammettere la natura variabile, non-lineare, discontinua,
intermittente del comportamento operativo dell'uomo. A sottovalutare
in esso il ruolo degli aspetti intersoggettivi e motivazionali.
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Se abbiamo
inteso bene queste ultime annotazioni, Lei tende decisamente
ad "aprire l'ergonomia", a renderla più disponibile
a tematiche che riguardano, tutto sommato, l'ambito della comunicazione.
Non è così? E se è così, quali sono
le novità che ci può portare un simile cambiamento
di prospettiva?
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Ho già
discusso prima, e per esteso, il fatto che, nel mondo delle
macchine, i dispositivi d'indicazione stanno prendendo il sopravvento
su quelli di comando. Questo, in pratica, non significa altro
che il sistema uomo-macchina sta diventando sempre più
comunicativo e sempre meno operativo. Il miglior esempio, oggi,
è fornito dal rapporto tra il computer e l'utente. Un
rapporto che, dal punto di vista ergonomico, presenta aspetti
di grande novità, difficilmente paragonabili a quelli
tradizionalmente studiati.
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Le novità
del computer, genericamente parlando, sono ormai di pubblico
dominio. Ma a quali aspetti di novità che riguardano
l'ergonomia Lei si riferisce di preciso?
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Credo che gli
aspetti di novità vadano ricercati nel fatto che il computer
è oggi, di gran lunga, il più comunicativo degli
artefatti. In nessun altro artefatto, le prestazioni funzionali
dipendono tanto, come nel computer, dallo scambio interattivo
con l'utente. Va detto però che tale scambio interattivo,
dal punto di vista ergonomico, lascia per il momento molto a
desiderare. Vi è qualcosa di paradossale nello sviluppo
del computer. La tecnologia informatica, che è stata
(ed è tuttora) uno dei principali fattori dinamogeni
nell'odierno universo della comunicazione, che ha saputo sviluppare
sofisticati congegni di hardware, costruire raffinati sistemi
operativi, inventare migliaia di software, non è stata
in grado finora di risolvere, in modo soddisfacente, il rapporto
comunicativo tra il computer e l'utente. Basta guardare, a titolo
esemplificativo, le simbologie oggi in uso, le cosiddette icone.
Simbologie confuse sul piano semantico e macchinose sul piano
sintattico, create arbitrariamente (e dilettantisticamente)
da ingegneri informatici, di sicuro bravissimi nel loro campo,
ma privi di idoneità a capire le implicazioni linguistiche
insite in ogni sistema di simboli. Sono convinto che questi
aspetti irrisolti del rapporto comunicativo tra il computer
e l'utente configurino un importante nuovo ambito di progettazione
e di ricerca in cui l'ergonomia può fornire, per la sua
natura interdisciplinare, un contributo importante.
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E' un
rilievo di grande interesse. Tuttavia il computer non può
essere visto solo come parte di un particolare sistema uomo-macchina
che l'ergonomia può contribuire a rendere complessivamente
più efficiente. Il computer va visto allo stesso tempo
come un prezioso strumento per la ricerca ergonomica di altri
sistemi, anche di quelli di cui il computer non fa parte. In
breve: non ritiene che i mezzi informatici possano essere di
aiuto all'ergonomia?
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Concordo pienamente.
E' noto che il computer, per la sua capacità, tra l'altro,
di generare immagini digitali interattive, è un formidabile
strumento di modellazione, e in quanto tale di indubbia utilità
quando l'esperto di ergonomia ha bisogno di simulare - diciamo:
in vitro - il comportamento reale dell'utente nei confronti
degli oggetti, e viceversa. Non va peraltro dimenticato che
uno dei primi esempi di virtualità quasi immersiva è
stato il simulatore di volo per i piloti, la cui funzione era
squisitamente ergonomica.
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Professor
Maldondato, potrebbe Lei, a mo' di conclusione, riassumere in
poche parole il suo pensiero sul futuro dell'ergonomia?
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Mi
pare di poter asserire che nel futuro sarà necessario,
come è stato detto, aprire l'ergonomia, allargare il
suo sguardo; ma ciò dovrà avvenire senza offuscare
la sua matrice scientifica originaria, pena la sua trasformazione
in una disciplina apparentemente multiuso, ma nel concreto poco
adeguata ad affrontare, ed eventualmente risolvere, specifici
problemi.
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