|
|
|
| Sempre
più sentita è oggi la necessità di progettare
sistemi tecnici, prodotti, macchine, utensili che siano, per chi li
dovrà utilizzare, strumenti validi. Tuttavia, non basta avere
in mente questo scopo per saperlo realizzare. Le teorie e le metodologie
attualmente disponibili sono spesso ancora insufficienti o inadatte.
Questo articolo intende formulare un insieme di proposizioni teoriche
allo scopo di contribuire a una progettazione e a un design antropocentrico,
vale a dire deliberatamente organizzato attorno alluomo e al
suo servizio, sia questi lutilizzatore di un prodotto o il professionista
che nella sua attività ricorre a macchine e attrezzi. Rifletteremo
sul significato di strumento e proporremo, oltre a quanto ricavato
dalla letteratura scientifica, una concettualizzazione originale del
problema, tale che possa proporsi come punto di appoggio
per i processi di progettazione. La nostra tesi di fondo è
così formulabile: la progettazione prosegue nelluso e,
di conseguenza, i processi di progettazione devono tener conto di
questo prolungamento nelluso. |
|
| |
|
Che
cosè uno strumento per un utilizzatore
Dalla letteratura scientifica emergono molte definizioni della nozione
di strumento, definizioni che variano in funzione dei campi di ricerca
e delle loro finalità. Nel campo tecnico, ad esempio, lo strumento
è spesso considerato come ciò che consente di ricavare
informazioni, mentre lattrezzo consente di agire e operare.
Ma possono esserci anche casi diversi, come quello della chirurgia,
dove gli strumenti sono precisamente quelli che consentono di agire.
Allo stesso modo, nel campo della psicologia e dellergonomia
è possibile trovare una molteplicità di approcci e di
concettualizzazioni intorno alla nozione di strumento. Simondon (1969)
propone, sulla base di una metafora biologica, di definire strumento
ciò che prolunga e adatta gli organi sensoriali, mentre lattrezzo
prolunga e adatta gli organi effettori. In questo senso, strumenti
e attrezzi si pongono come mediatori nelle relazioni fra organismo
umano e ambiente. Oltre queste concezioni di tipo biologico, vi è
poi lapproccio di psicologi come Wallon, Vygotsky o Mounoud.
Per Mounoud (1970), che ha lavorato nellambito delle teorie
di Piaget, è strumento ogni oggetto che il soggetto associa
alla sua azione per lesecuzione di un compito. Lo strumento
prolunga e modifica questa azione, presenta caratteristiche proprie
che consentono di associarlo allazione e, anche, agli oggetti
sui quali lo strumento permette di agire. Lapporto di Mounoud
è interessante, poiché considera lo strumento come un
universo intermediario tra lazione del soggetto (dellutilizzatore,
nel linguaggio della progettazione) e loggetto. Questa definizione
àncora fortemente lo strumento allazione dellutilizzatore,
e supera in questo modo le concezioni di tipo biologico di Simondon.
Parimenti Vygotsky (1930, 1934), che ispira la maggior parte delle
ricerche contemporanee nel campo dellinterazione uomo-calcolatore,
focalizza il suo approccio sul soggetto e sulla sua attività.
Egli propone di distinguere, accanto agli strumenti materiali, unaltra
categoria di strumenti: gli strumenti psicologici. Questi hanno la
caratteristica di essere destinati ad agire sul soggetto stesso o
su altri soggetti. Un nodo al fazzoletto è un buon esempio
di strumento psicologico: è destinato a sollecitare la memoria.
Questa nozione di strumento psicologico va distinta dalla nozione
di strumento cognitivo sviluppata sotto diverse forme da diversi autori,
come ad esempio Rogalski e Samurçay (1993), Hutchins (1990),
Norman (1992), Roth, Bennett e Woods (1987). Norman propone che i
dispositivi artificiali concepiti per conservare linformazione,
presentarla o trattarla al fine di assicurare una funzione rappresentativa
siano considerati come artefatti cognitivi. Rogalski e Samurçay
sottolineano che si tratta di oggetti che incorporano delle conoscenze
e che derivano da un processo di elaborazione a carattere sociale.
Gli attrezzi cognitivi, come ogni strumento, trasformano il lavoro
degli utilizzatori e, in un certo modo, si fanno carico di una parte
della loro attività cognitiva. Linteresse di tali teorie,
che prendono le mosse dalla nozione di attrezzo cognitivo, è
quello di estendere lapproccio strumentale al campo delle attività
cognitive, le quali trovano oggi un forte sviluppo nel contesto delle
tecnologie.
Per Wallon (1941), infine, uno strumento si definisce per gli usi
che gli sono riconosciuti, è plasmato per questi e impone a
chi vuole servirsene le proprie modalità duso. È
unidea interessante, ma noi vedremo che è solo parzialmente
giusta: gli usi e le modalità duso non si impongono automaticamente
e necessariamente agli utilizzatori, i quali sono molto più
attivi e inventivi di quanto non si pensi normalmente.
Dallinsieme di questi lavori, e da quelli di altri autori, spicca
il fatto che lo strumento può essere considerato come unentità
intermediaria tra due altre entità: il soggetto e loggetto.
Ciò ci ha portato a rappresentare in uno schema le situazioni
di attività svolte con strumenti nel modello SAI2 (figura 1).
Fra i tre poli soggetto, oggetto, strumento esiste una
molteplicità di interazioni: interazioni soggetto-oggetto dirette
o mediate dallo strumento, interazioni soggetto-strumento e interazioni
strumento-oggetto. |
|
| |
|
Lo
strumento: unentità mista
In una prospettiva operativa di progettazione e di design, le definizioni
classiche del termine strumento ci sembrano oggi insufficienti. In
effetti, esse non consentono affatto di individuare ciò che
è realmente uno strumento per un utilizzatore, e mal si prestano,
in questo modo, a una progettazione operativa. Proporremo dunque,
a un tempo, una concettualizzazione tanto teoricamente diversa quanto
vôlta alloperatività.
Il punto fondamentale di questa concettualizzazione è il seguente:
lo strumento non può essere ridotto né allartefatto
né alloggetto tecnico (o alla macchina, a seconda delle
terminologie). Proponiamo di considerare lo strumento come unentità
mista, che attiene al tempo stesso al soggetto e alloggetto
(nel senso filosofico del termine): lo strumento è unentità
composita che comprende una componente artefatto (un artefatto, una
frazione di artefatto o un insieme di artefatti) e una componente
schema (lo schema o gli schemi duso, essi stessi spesso legati
a schemi di azione più generali). Uno strumento è dunque
formato da due componenti:
a) un artefatto, materiale o simbolico, prodotto dal soggetto o da
altri;
b) uno o più schemi duso associati, risultanti da una
costruzione propria del soggetto, autonomi o dipendenti da schemi
sociali duso già precedentemente formati: schemi duso
e schemi di attività (individuale o collettiva) con strumenti.
Per illustrare questa concettualizzazione dello strumento prendiamo
un esempio in prestito dal designer Luigi Bandini Buti a proposito
delluso di un dispositivo destinato alla regolazione del sedile
di unautovettura. Si tratta di una manopola collocata a lato
del sedile. Questa manopola costituisce la componente artefatto
dello strumento. Sono possibili tre movimenti di comando: 1) la rotazione
permette di controllare linclinazione dello schienale; 2) la
traslazione orizzontale consente di gestire la regolazione della distanza
sedile-volante; 3) la traslazione verticale la regolazione dellaltezza.
La prima manopola concepita era rotonda (fig. 2a). Questo ha portato
sistematicamente gli utilizzatori a usarla in senso rotatorio, essendo
le traslazioni molto difficili da identificare. La seconda manopola,
realizzata con una forma appiattita, combinava invece due forme piane,
orientate orizzontalmente e verticalmente (fig. 2b). Questa seconda
combinazione di forme suggeriva effettivamente i diversi movimenti
possibili e favoriva, sfruttando la percezione tattile, le azioni
corrispondenti: girare, tirare verso lalto, spingere verso il
basso, ecc. |
|
| |
|
Gli
schemi duso
Questo esempio non fa altro che mettere in evidenza lattivazione
di schemi duso molto elementari (girare, tirare, spingere
)
che costituiscono la base di uno schema duso che li ingloba:
lo schema di regolazione. In effetti, dai primi contatti dellutilizzatore
con il dispositivo di regolazione, la relazione azione-risultati,
in termini di effetti sul sedile, non è ancora costituita nel
dettaglio (tale azione produce il tal risultato) anche se è
costituita nel suo principio (agendo sulla manopola si effettua la
regolazione). Lo stesso vale per la concatenazione delle azioni.
Compito della fase iniziale della progettazione sarà quindi
costituire lo schema (o linsieme coordinato degli schemi) di
regolazione da associare allartefatto (la manopola come luogo
delle azioni) per formare uno strumento che permetta di agire sulloggetto
(il sedile come luogo degli effetti).
Gli schemi duso sono degli organizzatori: organizzano lazione
dei soggetti. Essi corrispondono agli aspetti invariati delle azioni
allinterno di classi di situazioni conosciute. Poiché
nelle diverse situazioni esistono aspetti stabili, anche le azioni
comprendono aspetti stabili gestiti dagli schemi; ovvero: nelle specifiche
situazioni duso, un artefatto costituisce un aspetto stabile.
Ecco perché gli utilizzatori costruiscono degli schemi duso
che, associati allartefatto, formano lo strumento. Così
lassociazione tra gli schemi scrittura e un artefatto di tipo
penna-stilo costituisce lo strumento grazie al quale posso redigere
un testo.
Gli schemi sono degli assimilatori: un singolo schema può essere
applicato, in modi simili, a parecchi tipi di artefatti. Lo schema
picchiare associato al martello può per esempio essere momentaneamente
associato a una chiave inglese. Questa proprietà è di
grande interesse per la progettazione, perché rende possibile
recuperare e sfruttare gli schemi duso già esistenti
per gli oggetto già conosciuti, con la prospettiva di una assimilazione
del prodotto (ovvero far propri gli schemi duso di altri
oggetti) in corso di progetto. Allo stesso tempo, gli schemi sono
adattabili: possono trasformarsi, se la situazione muta. Anche questultima
caratteristica è interessante per la progettazione, perché
rende possibile appoggiarsi a uno schema duso che
è solamente vicino allo schema del nuovo oggetto.
Gli schemi duso hanno nel contempo una dimensione individuale
e una dimensione sociale. La prima è propria di ciascun individuo;
la seconda deriva dal fatto che gli schemi si elaborano nel corso
di un processo che vede i diversi appartenenti a una collettività
interagire fra loro: tutti gli utilizzatori, ma anche coloro che progettano
gli artefatti, contribuiscono a questa messa in luce degli schemi.
Gli schemi rappresentano loggetto di trasmissione, di trasferimento,
più o meno formalizzato: dallinformazione trasmessa da
un utilizzatore allaltro, fino alla formazione strutturata intorno
ai sistemi tecnici complessi, passando per i diversi tipi di aiuto
allutilizzatore (notizie, istruzioni duso, aiuti di diverso
tipo più o meno incorporati nellartefatto stesso). Ecco
perché parliamo di schemi duso sociali.
La dimensione sociale degli schemi duso in una prospettiva di
progetto gioca un ruolo ineliminabile. Gli schemi duso sono
infatti comuni allinsieme (o a gran parte) degli appartenenti
a un gruppo sociale, a una collettività culturale, a un paese,
ecc. Anche in questo caso la progettazione può appoggiarsi
agli schemi sociali duso già largamente diffusi nella
collettività considerata, e tenerne conto nel corso del processo
di progettazione. |
|
| |
|
I
processi di genesi strumentale
Abbiamo prima ricordato lesempio della chiave inglese trasformata
in martello. Si tratta di una catacresi, nel senso inteso da Faverge
(1970). Il termine catacresi è preso a prestito dalla linguistica
e dalla retorica dove designa come la metafora luso
di una parola al di là della sua accezione propria, o al posto
di unaltra. Per estensione, lidea è stata trasportata
nel campo delluso degli attrezzi per designare limpiego
di un attrezzo al posto di un altro o limpiego di attrezzi per
usi a loro sconosciuti.
Si potrà pensare che nel contesto delle tecnologie contemporanee
le catacresi tenderanno a diminuire, o che non ce ne siano affatto;
ciò non è vero. Basta un noto esempio a mostrare il
contrario: si tratta della storia, accaduta negli Stati Uniti, di
un povero gatto messo ad asciugare dentro il forno a microonde. Al
di là delle evidenti e orribili conseguenze, questo è
un tipico esempio di catacresi. Negli USA, in effetti, i forni domestici
servono frequentemente ad altri usi oltre alla cottura degli alimenti.
Sono molti gli esempi di catacresi che si possono individuare, anche
in settori dove meno ce lo aspetteremmo. Si ricorda il caso di piloti
di aereo che, non soddisfatti della velocità di discesa prevista
dal calcolatore di bordo in fase di atterraggio, davano informazioni
false al calcolatore (per esempio un vento di poppa inesistente),
in modo che questo definisse una velocità di discesa più
conforme ai loro desideri. Ciò indica che anche con le tecnologie
estremamente controllate è possibile a un utilizzatore far
proprio il controllo di un sistema, una volta che si disponga di una
qualche porta daccesso (nel nostro esempio: le informazioni
che il calcolatore non può acquisire in proprio e che il pilota
è tenuto a fornirgli).
Normalmente le catacresi sono interpretate in termini di deviazione
delloggetto rispetto alle funzioni previste dai progettisti,
agli usi che essi immaginavano o anticipavano. Questa interpretazione
in termini di deviazione non è la sola possibile né,
dal nostro punto di vista, la sola auspicabile. La catacresi può
essere considerata ugualmente anche come lespressione di una
attività specifica del soggetto: lappropriazione dello
strumento e, più generalmente, la produzione di modalità
di azione.
Proponiamo dunque di considerare le catacresi come indici del contributo
degli utilizzatori al progetto delluso dellartefatto e
dello strumento, particolarmente (ma non solamente) di quella parte
dello strumento rappresentata dagli schemi duso. Lesistenza
delle catacresi testimonia lelaborazione da parte del soggetto
dei mezzi adatti ai fini perseguiti, ovvero dellelaborazione
di strumenti destinati allinserimento della sua attività
in funzione di suoi propri obiettivi.
Proponiamo di interpretare queste catacresi in termini di genesi strumentale:
lafferrare, con un solo movimento, levoluzione degli artefatti
legati allattività dellutilizzatore e lemergere
degli usi (che si strutturano in tipi differenti di schemi duso)
come partecipi dun identico processo di genesi e di elaborazione
strumentale. Questo processo riguarda i due poli dellentità
strumentale lartefatto e gli schemi duso
e ha due dimensioni: la strumentalizzazione, diretta verso lartefatto
e la strumentazione, relativa al soggetto stesso. |
|
| |
|
Strumentalizzazione
e strumentazione
I processi di strumentalizzazione sono relativi allemergere
e allo sviluppo delle componenti artefatto dello strumento:
selezionare, raggruppare, produrre e istituire le funzioni dellartefatto,
trasformarlo nella struttura, nel funzionamento, ecc. Queste componenti
prolungano le creazioni e le realizzazioni di artefatti, per cui i
limiti sono qui difficili da determinare.
I processi di strumentazione sono invece relativi allemergere
e allo sviluppo degli schemi duso: la loro costituzione, il
loro funzionamento, la loro evoluzione e anche lassimilazione
di artefatti nuovi a schemi già costituiti, ecc.
Ciò che distingue questi due processi è lorientamento
dellattività: nei processi di strumentazione essa è
orientata verso il soggetto stesso, mentre nel processo correlativo
di strumentalizzazione è orientata verso la componente artefatto
dello strumento. I due processi contribuiscono in modo solidale alla
costituzione e allevoluzione degli strumenti anche se, secondo
le situazioni, uno dei due può essere più sviluppato,
dominante, perfino il solo messo in opera.
La strumentalizzazione può essere considerata come un processo
di arricchimento delle proprietà dellartefatto, un processo
che si appoggia sulle sue caratteristiche e delle sue proprietà.
A questultime, il processo di strumentalizzazione offre uno
statuto in funzione dellazione in corso e della situazione specifica
duso (nellesempio di Faverge: la massa della chiave inglese
sostituisce il martello).
Oltre allazione in corso, queste proprietà possono conservare
lo statuto di funzione acquisita. Esse allora costituiscono, per il
soggetto, una caratteristica, una proprietà permanente dellartefatto
o, più esattamente, della componente artefatto dello strumento.
La funzione acquisita è una proprietà costituita, attribuita
dal soggetto affinché lartefatto possa essere costitutivo
di uno strumento. È così che la massa, che è
una proprietà peculiare della chiave inglese, non è
al cuore di una funzione originale di questo artefatto
(mentre è evidentemente centrale per il martello). Per contro,
il soggetto utilizza la massa della chiave per conferirle nuove funzioni
(ad esempio per piantare un chiodo) e queste nuove funzioni, da quando
vengono conservate, hanno lo statuto di proprietà costitutive
dellartefatto in tal modo strumentalizzato.
È possibile, a partire da questo esempio che non implica la
trasformazione materiale dellartefatto, distinguere due livelli
di strumentalizzazione attraverso lattribuzione di funzione
a un artefatto:
al primo livello, la strumentalizzazione è locale, legata
occasionalmente a una singola azione e alla circostanza del suo svolgimento:
lartefatto è momentaneamente strumentalizzato;
al secondo livello, la funzione acquisita è conservata
in modo durevole come proprietà dellartefatto in relazione
a una classe di azioni, situazioni e oggetti: la strumentalizzazione
è durevole, se non permanente.
Nelluno e nellaltro caso non cè una trasformazione
materiale dellartefatto, questo si è solamente arricchito
di nuove proprietà acquisite momentaneamente o durevolmente.
Utilizzeremo i concetti elaborati da Mounoud (1970) funzioni
costituenti e funzioni costituite per specificare
le genesi strumentali.
Gli artefatti con i quali i soggetti si confrontano in situazioni
naturali (lavoro, formazione, vita quotidiana) hanno la
caratteristica di essere elaborati per realizzare funzioni preliminarmente
definite, intrinseche e costitutive dellartefatto. Funzioni
che considereremo come funzioni costituenti. Ma, daltro canto,
i processi di strumentalizzazione dellartefatto fanno emergere,
momentaneamente o durevolmente, funzioni nuove. Queste funzioni nuove
sono quelle che vengono elaborate nel corso della genesi strumentale,
e possiamo considerarle funzioni costituite. È così
che la progettazione prosegue nelluso. |
|
| |
|
La
progettazione prosegue nelluso
La progettazione di un artefatto si fonda senza dubbio su una certa
previsione dei suoi usi possibili. Ma, soprattutto con le tecnologie
contemporanee, la complessità è tale e la diversità
delle possibilità così grande che solamente una piccola
parte di essi può essere effettivamente prevista. È
nella messa in opera dei sistemi che le strumentalizzazioni potenziali
emergono, si rivelano o vengono inventate: esse sono per lo più
concepite dagli utilizzatori stessi, da soli o in collaborazione con
gli ideatori iniziali. È lo stesso artefatto che viene rimesso
in discussione, per evolversi. Questo può divenire un principio
di progettazione.
Lidea di un proseguimento della progettazione nelluso
va considerata nellideazione iniziale, attraverso lelaborazione
di sistemi modificabili. Henderson e Kyng (1991) hanno
cercato di definire alcuni livelli di modificabilità dei sistemi:
a) non modificabili;
b) modificabili e adattabili nei limiti e nelle prospettive previste
dal progettista;
c) trasformabili in nuove prospettive dal punto di vista delle funzioni.
Questi ultimi due livelli riguardano i processi di strumentalizzazione
identificati in situazioni reali da parte degli autori: il primo,
sul piano delladattamento allutilizzatore in uno spazio
anticipato dal progettista; il secondo, sul piano dellemergenza
di nuove funzioni per e dallutilizzatore. A questi livelli corrispondono
differenti tipi di pratiche degli utilizzatori:
la scelta tra opzioni preliminarmente determinate nel corso
della progettazione iniziale;
la costruzione di nuovi comportamenti dellartefatto a
partire dagli elementi esistenti (si tratta di modificare lorganizzazione
di elementi già esistenti per raggruppamento di operazioni,
riconfigurazioni, ecc.);
la trasformazione dellartefatto stesso. |
|
| |
|
Progettare
per se stessi
I processi di genesi strumentale che abbiamo messo in evidenza
ovvero il proseguimento della progettazione nelluso conducono
a porre il problema delle relazioni tra questi processi e i processi
di progettazione istituzionale, vale a dire con ciò che comunemente
caratterizza la progettazione nel sistema di produzione.
Lo schema classico che distingue temporalmente progettazione e uso
vuole che, dopo le fasi di messa a punto ed eventualmente dinstallazione,
cominci la fase duso propriamente detta, intesa come la messa
in opera dellartefatto. È sulla base di questo schema
che una parte dei processi di strumentalizzazione viene considerata
come deviazione dellartefatto. Le interpretazioni
che noi avanziamo portano a riconsiderare questo schema. Infatti,
il processo di progettazione non si ferma alla soglia delluso,
ma prosegue nel corso delluso stesso come genesi strumentale,
sia attraverso i processi di strumentazione orientati verso il soggetto,
sia attraverso i processi di strumentalizzazione che si indirizzano
direttamente verso lartefatto.
In questa prospettiva, gli utilizzatori, in quanto attori di questo
processo, sono anche attori del movimento dinsieme della progettazione,
certamente in un modo e a un titolo diverso dai progettisti istituzionali.
si tratta, da parte degli utilizzatori, della progettazione per se
stessi, di un uso individuale dellartefatto che conferisce a
questo proprietà nuove che potranno anche, in alcuni casi,
essere in seguito strutturalmente iscritte nellartefatto: una
progettazione per se stessi, ma che può anche essere estesa
alla collettività.
La progettazione dellartefatto prosegue nelluso: le funzioni
e le proprietà costituite prolungano le funzioni e le proprietà
costituenti. Le funzioni costituite, in alcuni casi, anticipano le
funzioni costituenti future come illustra la fig. 3. È il caso,
ad esempio, di situazioni in cui gli utilizzatori sono condotti a
produrre artefatti nuovi; o quando coloro che istituzionalmente progettano
si ispirano a funzioni costituite create dagli utilizzatori per implementarle
e farne funzioni costituenti di una nuova generazione di artefatti.
È ciò che sottolineano Bannon e Bodker (1991): gli artefatti
si evolvono continuamente, essi riflettono uno stato storico della
pratica degli utilizzatori e allo stesso tempo modellano tale pratica.
Le operazioni sviluppate dagli utilizzatori vengono successivamente,
nelle generazioni future, incorporate nellartefatto.
Le genesi strumentali si iscrivono dunque nel processo dinsieme,
dove funzioni costituenti e funzioni costituite si articolano in filiazioni
reciproche, le une in rapporto con le altre. Un processo in cui gli
attori sono contemporaneamente i progettisti istituzionali e gli utilizzatori
(fig. 3). |
|
| |
|
Il
ciclo globale della progettazione
Abbiamo ricordato il contributo degli utilizzatori alla progettazione
degli artefatti. Ma questo non è il solo loro apporto: anche
i processi di strumentazione, che costituiscono laltra faccia
della genesi strumentale, si iscrivono nel ciclo dinsieme della
progettazione. Coloro che istituzionalmente progettano anticipano
e prevedono, per professione, le modalità duso dello
strumento, assegnando allutilizzatore ruoli e mansioni, attraverso
determinate modalità operative. Ma i processi di strumentazione
conducono a individualizzare queste modalità, queste previsioni
duso, in funzione delle specificità individuali così
come delle classi di situazioni e delle loro variabili.
Gli schemi sociali duso da una parte si iscrivono nel prolungamento
(in continuità ma anche in rottura) delle modalità operative
previste nella progettazione; dallaltra prefigurano le procedure
e le modalità operative future.
I processi di strumentazione partecipano anche ai processi di concepimento
iscrivendosi in un ciclo:
modalità operative previste schemi duso
nuove modalità operative.
Questo ciclo è parallelo e vicino a un secondo ciclo, al quale
partecipano i processi di strumentalizzazione (fig.3):
funzioni costituenti funzioni costituite
iscrizione delle funzioni costituite nellartefatto
Questi due cicli sono fra di loro associati, in un rapporto di relativa
indipendenza. In effetti, abbiamo già sottolineato che, in
funzione delle situazioni, uno dei due processi strumentazione
o strumentalizzazione può essere più accentuato
dellaltro, perfino il solo presente. Ora, considerando i movimenti
dinsieme nei quali si iscrivono le genesi strumentali su scala
macroscopica, lautodefinizione relativa a ciascuno dei processi
di strumentazione e di strumentalizzazione potrà essere ancora
più importante. Ecco perché pensiamo che gli schemi
potrebbero ispirare ai progettisti di artefatti delle modalità
operative molto diverse da quelle, associate originariamente, con
le quali gli artefatti costituiscono unentità strumentale
(Rabardel, 1991). Analogamente, le evoluzioni che gli utilizzatori
producono sugli artefatti possono, al momento di una fase successiva
di progettazione istituzionale, iscriversi in nuovi artefatti di tuttaltra
natura.
I processi di strumentalizzazione e di strumentazione partecipano
dunque al ciclo globale della progettazione, nello stesso tempo solidarmente,
in quanto genesi strumentale privata, e potenzialmente, in modo autonomo,
per transfert o trasposizione ad altri cicli di progettazione. |
|
|
|
|