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  Gli strumenti dell’uomo
Dal progetto all’uso
di Pierre Rabardel

 
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articolo tratto da
"Ergonomia", 9/1997
 
Sempre più sentita è oggi la necessità di progettare sistemi tecnici, prodotti, macchine, utensili che siano, per chi li dovrà utilizzare, strumenti validi. Tuttavia, non basta avere in mente questo scopo per saperlo realizzare. Le teorie e le metodologie attualmente disponibili sono spesso ancora insufficienti o inadatte. Questo articolo intende formulare un insieme di proposizioni teoriche allo scopo di contribuire a una progettazione e a un design antropocentrico, vale a dire deliberatamente organizzato attorno all’uomo e al suo servizio, sia questi l’utilizzatore di un prodotto o il professionista che nella sua attività ricorre a macchine e attrezzi. Rifletteremo sul significato di strumento e proporremo, oltre a quanto ricavato dalla letteratura scientifica, una concettualizzazione originale del problema, tale che possa proporsi come “punto di appoggio” per i processi di progettazione. La nostra tesi di fondo è così formulabile: la progettazione prosegue nell’uso e, di conseguenza, i processi di progettazione devono tener conto di questo “prolungamento” nell’uso.  
   
Che cos’è uno strumento per un utilizzatore
Dalla letteratura scientifica emergono molte definizioni della nozione di strumento, definizioni che variano in funzione dei campi di ricerca e delle loro finalità. Nel campo tecnico, ad esempio, lo strumento è spesso considerato come ciò che consente di ricavare informazioni, mentre l’attrezzo consente di agire e operare. Ma possono esserci anche casi diversi, come quello della chirurgia, dove gli strumenti sono precisamente quelli che consentono di agire.
Allo stesso modo, nel campo della psicologia e dell’ergonomia è possibile trovare una molteplicità di approcci e di concettualizzazioni intorno alla nozione di strumento. Simondon (1969) propone, sulla base di una metafora biologica, di definire strumento ciò che prolunga e adatta gli organi sensoriali, mentre l’attrezzo prolunga e adatta gli organi effettori. In questo senso, strumenti e attrezzi si pongono come mediatori nelle relazioni fra organismo umano e ambiente. Oltre queste concezioni di tipo biologico, vi è poi l’approccio di psicologi come Wallon, Vygotsky o Mounoud.
Per Mounoud (1970), che ha lavorato nell’ambito delle teorie di Piaget, è strumento ogni oggetto che il soggetto associa alla sua azione per l’esecuzione di un compito. Lo strumento prolunga e modifica questa azione, presenta caratteristiche proprie che consentono di associarlo all’azione e, anche, agli oggetti sui quali lo strumento permette di agire. L’apporto di Mounoud è interessante, poiché considera lo strumento come un universo intermediario tra l’azione del soggetto (dell’utilizzatore, nel linguaggio della progettazione) e l’oggetto. Questa definizione àncora fortemente lo strumento all’azione dell’utilizzatore, e supera in questo modo le concezioni di tipo biologico di Simondon.
Parimenti Vygotsky (1930, 1934), che ispira la maggior parte delle ricerche contemporanee nel campo dell’interazione uomo-calcolatore, focalizza il suo approccio sul soggetto e sulla sua attività. Egli propone di distinguere, accanto agli strumenti materiali, un’altra categoria di strumenti: gli strumenti psicologici. Questi hanno la caratteristica di essere destinati ad agire sul soggetto stesso o su altri soggetti. Un nodo al fazzoletto è un buon esempio di strumento psicologico: è destinato a sollecitare la memoria.
Questa nozione di strumento psicologico va distinta dalla nozione di strumento cognitivo sviluppata sotto diverse forme da diversi autori, come ad esempio Rogalski e Samurçay (1993), Hutchins (1990), Norman (1992), Roth, Bennett e Woods (1987). Norman propone che i dispositivi artificiali concepiti per conservare l’informazione, presentarla o trattarla al fine di assicurare una funzione rappresentativa siano considerati come artefatti cognitivi. Rogalski e Samurçay sottolineano che si tratta di oggetti che incorporano delle conoscenze e che derivano da un processo di elaborazione a carattere sociale. Gli attrezzi cognitivi, come ogni strumento, trasformano il lavoro degli utilizzatori e, in un certo modo, si fanno carico di una parte della loro attività cognitiva. L’interesse di tali teorie, che prendono le mosse dalla nozione di attrezzo cognitivo, è quello di estendere l’approccio strumentale al campo delle attività cognitive, le quali trovano oggi un forte sviluppo nel contesto delle tecnologie.
Per Wallon (1941), infine, uno strumento si definisce per gli usi che gli sono riconosciuti, è plasmato per questi e impone a chi vuole servirsene le proprie modalità d’uso. È un’idea interessante, ma noi vedremo che è solo parzialmente giusta: gli usi e le modalità d’uso non si impongono automaticamente e necessariamente agli utilizzatori, i quali sono molto più attivi e inventivi di quanto non si pensi normalmente.
Dall’insieme di questi lavori, e da quelli di altri autori, spicca il fatto che lo strumento può essere considerato come un’entità intermediaria tra due altre entità: il soggetto e l’oggetto. Ciò ci ha portato a rappresentare in uno schema le situazioni di attività svolte con strumenti nel modello SAI2 (figura 1). Fra i tre poli – soggetto, oggetto, strumento – esiste una molteplicità di interazioni: interazioni soggetto-oggetto dirette o mediate dallo strumento, interazioni soggetto-strumento e interazioni strumento-oggetto.
 
   
Lo strumento: un’entità mista
In una prospettiva operativa di progettazione e di design, le definizioni classiche del termine strumento ci sembrano oggi insufficienti. In effetti, esse non consentono affatto di individuare ciò che è realmente uno strumento per un utilizzatore, e mal si prestano, in questo modo, a una progettazione operativa. Proporremo dunque, a un tempo, una concettualizzazione tanto teoricamente diversa quanto vôlta all’operatività.
Il punto fondamentale di questa concettualizzazione è il seguente: lo strumento non può essere ridotto né all’artefatto né all’oggetto tecnico (o alla macchina, a seconda delle terminologie). Proponiamo di considerare lo strumento come un’entità mista, che attiene al tempo stesso al soggetto e all’oggetto (nel senso filosofico del termine): lo strumento è un’entità composita che comprende una componente artefatto (un artefatto, una frazione di artefatto o un insieme di artefatti) e una componente schema (lo schema o gli schemi d’uso, essi stessi spesso legati a schemi di azione più generali). Uno strumento è dunque formato da due componenti:
a) un artefatto, materiale o simbolico, prodotto dal soggetto o da altri;
b) uno o più schemi d’uso associati, risultanti da una costruzione propria del soggetto, autonomi o dipendenti da schemi sociali d’uso già precedentemente formati: schemi d’uso e schemi di attività (individuale o collettiva) con strumenti.
Per illustrare questa concettualizzazione dello strumento prendiamo un esempio in prestito dal designer Luigi Bandini Buti a proposito dell’uso di un dispositivo destinato alla regolazione del sedile di un’autovettura. Si tratta di una manopola collocata a lato del sedile. Questa manopola costituisce la “componente artefatto” dello strumento. Sono possibili tre movimenti di comando: 1) la rotazione permette di controllare l’inclinazione dello schienale; 2) la traslazione orizzontale consente di gestire la regolazione della distanza sedile-volante; 3) la traslazione verticale la regolazione dell’altezza.
La prima manopola concepita era rotonda (fig. 2a). Questo ha portato sistematicamente gli utilizzatori a usarla in senso rotatorio, essendo le traslazioni molto difficili da identificare. La seconda manopola, realizzata con una forma appiattita, combinava invece due forme piane, orientate orizzontalmente e verticalmente (fig. 2b). Questa seconda combinazione di forme suggeriva effettivamente i diversi movimenti possibili e favoriva, sfruttando la percezione tattile, le azioni corrispondenti: girare, tirare verso l’alto, spingere verso il basso, ecc.
 
   
Gli schemi d’uso
Questo esempio non fa altro che mettere in evidenza l’attivazione di schemi d’uso molto elementari (girare, tirare, spingere…) che costituiscono la base di uno schema d’uso che li ingloba: lo schema di regolazione. In effetti, dai primi contatti dell’utilizzatore con il dispositivo di regolazione, la relazione azione-risultati, in termini di effetti sul sedile, non è ancora costituita nel dettaglio (tale azione produce il tal risultato) anche se è costituita nel suo principio (agendo sulla manopola si effettua la regolazione). Lo stesso vale per la concatenazione delle azioni.
Compito della fase iniziale della progettazione sarà quindi costituire lo schema (o l’insieme coordinato degli schemi) di regolazione da associare all’artefatto (la manopola come luogo delle azioni) per formare uno strumento che permetta di agire sull’oggetto (il sedile come luogo degli effetti).
Gli schemi d’uso sono degli organizzatori: organizzano l’azione dei soggetti. Essi corrispondono agli aspetti invariati delle azioni all’interno di classi di situazioni conosciute. Poiché nelle diverse situazioni esistono aspetti stabili, anche le azioni comprendono aspetti stabili gestiti dagli schemi; ovvero: nelle specifiche situazioni d’uso, un artefatto costituisce un aspetto stabile. Ecco perché gli utilizzatori costruiscono degli schemi d’uso che, associati all’artefatto, formano lo strumento. Così l’associazione tra gli schemi scrittura e un artefatto di tipo penna-stilo costituisce lo strumento grazie al quale posso redigere un testo.
Gli schemi sono degli assimilatori: un singolo schema può essere applicato, in modi simili, a parecchi tipi di artefatti. Lo schema picchiare associato al martello può per esempio essere momentaneamente associato a una chiave inglese. Questa proprietà è di grande interesse per la progettazione, perché rende possibile recuperare e sfruttare gli schemi d’uso già esistenti per gli oggetto già conosciuti, con la prospettiva di una “assimilazione del prodotto” (ovvero far propri gli schemi d’uso di altri oggetti) in corso di progetto. Allo stesso tempo, gli schemi sono adattabili: possono trasformarsi, se la situazione muta. Anche quest’ultima caratteristica è interessante per la progettazione, perché rende possibile “appoggiarsi” a uno schema d’uso che è solamente “vicino” allo schema del nuovo oggetto.
Gli schemi d’uso hanno nel contempo una dimensione individuale e una dimensione sociale. La prima è propria di ciascun individuo; la seconda deriva dal fatto che gli schemi si elaborano nel corso di un processo che vede i diversi appartenenti a una collettività interagire fra loro: tutti gli utilizzatori, ma anche coloro che progettano gli artefatti, contribuiscono a questa messa in luce degli schemi. Gli schemi rappresentano l’oggetto di trasmissione, di trasferimento, più o meno formalizzato: dall’informazione trasmessa da un utilizzatore all’altro, fino alla formazione strutturata intorno ai sistemi tecnici complessi, passando per i diversi tipi di aiuto all’utilizzatore (notizie, istruzioni d’uso, aiuti di diverso tipo più o meno incorporati nell’artefatto stesso). Ecco perché parliamo di schemi d’uso sociali.
La dimensione sociale degli schemi d’uso in una prospettiva di progetto gioca un ruolo ineliminabile. Gli schemi d’uso sono infatti comuni all’insieme (o a gran parte) degli appartenenti a un gruppo sociale, a una collettività culturale, a un paese, ecc. Anche in questo caso la progettazione può appoggiarsi agli schemi sociali d’uso già largamente diffusi nella collettività considerata, e tenerne conto nel corso del processo di progettazione.
 
   
I processi di genesi strumentale
Abbiamo prima ricordato l’esempio della chiave inglese trasformata in martello. Si tratta di una catacresi, nel senso inteso da Faverge (1970). Il termine catacresi è preso a prestito dalla linguistica e dalla retorica dove designa – come la metafora – l’uso di una parola al di là della sua accezione propria, o al posto di un’altra. Per estensione, l’idea è stata trasportata nel campo dell’uso degli attrezzi per designare l’impiego di un attrezzo al posto di un altro o l’impiego di attrezzi per usi a loro sconosciuti.
Si potrà pensare che nel contesto delle tecnologie contemporanee le catacresi tenderanno a diminuire, o che non ce ne siano affatto; ciò non è vero. Basta un noto esempio a mostrare il contrario: si tratta della storia, accaduta negli Stati Uniti, di un povero gatto messo ad asciugare dentro il forno a microonde. Al di là delle evidenti e orribili conseguenze, questo è un tipico esempio di catacresi. Negli USA, in effetti, i forni domestici servono frequentemente ad altri usi oltre alla cottura degli alimenti.
Sono molti gli esempi di catacresi che si possono individuare, anche in settori dove meno ce lo aspetteremmo. Si ricorda il caso di piloti di aereo che, non soddisfatti della velocità di discesa prevista dal calcolatore di bordo in fase di atterraggio, davano informazioni false al calcolatore (per esempio un vento di poppa inesistente), in modo che questo definisse una velocità di discesa più conforme ai loro desideri. Ciò indica che anche con le tecnologie estremamente controllate è possibile a un utilizzatore far proprio il controllo di un sistema, una volta che si disponga di una qualche porta d’accesso (nel nostro esempio: le informazioni che il calcolatore non può acquisire in proprio e che il pilota è tenuto a fornirgli).
Normalmente le catacresi sono interpretate in termini di deviazione dell’oggetto rispetto alle funzioni previste dai progettisti, agli usi che essi immaginavano o anticipavano. Questa interpretazione in termini di deviazione non è la sola possibile né, dal nostro punto di vista, la sola auspicabile. La catacresi può essere considerata ugualmente anche come l’espressione di una attività specifica del soggetto: l’appropriazione dello strumento e, più generalmente, la produzione di modalità di azione.
Proponiamo dunque di considerare le catacresi come indici del contributo degli utilizzatori al progetto dell’uso dell’artefatto e dello strumento, particolarmente (ma non solamente) di quella parte dello strumento rappresentata dagli schemi d’uso. L’esistenza delle catacresi testimonia l’elaborazione da parte del soggetto dei mezzi adatti ai fini perseguiti, ovvero dell’elaborazione di strumenti destinati all’inserimento della sua attività in funzione di suoi propri obiettivi.
Proponiamo di interpretare queste catacresi in termini di genesi strumentale: l’afferrare, con un solo movimento, l’evoluzione degli artefatti legati all’attività dell’utilizzatore e l’emergere degli usi (che si strutturano in tipi differenti di schemi d’uso) come partecipi d’un identico processo di genesi e di elaborazione strumentale. Questo processo riguarda i due poli dell’entità strumentale – l’artefatto e gli schemi d’uso – e ha due dimensioni: la strumentalizzazione, diretta verso l’artefatto e la strumentazione, relativa al soggetto stesso.
 
   
Strumentalizzazione e strumentazione
I processi di strumentalizzazione sono relativi all’emergere e allo sviluppo delle componenti “artefatto” dello strumento: selezionare, raggruppare, produrre e istituire le funzioni dell’artefatto, trasformarlo nella struttura, nel funzionamento, ecc. Queste componenti prolungano le creazioni e le realizzazioni di artefatti, per cui i limiti sono qui difficili da determinare.
I processi di strumentazione sono invece relativi all’emergere e allo sviluppo degli schemi d’uso: la loro costituzione, il loro funzionamento, la loro evoluzione e anche l’assimilazione di artefatti nuovi a schemi già costituiti, ecc.
Ciò che distingue questi due processi è l’orientamento dell’attività: nei processi di strumentazione essa è orientata verso il soggetto stesso, mentre nel processo correlativo di strumentalizzazione è orientata verso la componente artefatto dello strumento. I due processi contribuiscono in modo solidale alla costituzione e all’evoluzione degli strumenti anche se, secondo le situazioni, uno dei due può essere più sviluppato, dominante, perfino il solo messo in opera.
La strumentalizzazione può essere considerata come un processo di arricchimento delle proprietà dell’artefatto, un processo che si appoggia sulle sue caratteristiche e delle sue proprietà. A quest’ultime, il processo di strumentalizzazione offre uno statuto in funzione dell’azione in corso e della situazione specifica d’uso (nell’esempio di Faverge: la massa della chiave inglese sostituisce il martello).
Oltre all’azione in corso, queste proprietà possono conservare lo statuto di funzione acquisita. Esse allora costituiscono, per il soggetto, una caratteristica, una proprietà permanente dell’artefatto o, più esattamente, della componente artefatto dello strumento. La funzione acquisita è una proprietà costituita, attribuita dal soggetto affinché l’artefatto possa essere costitutivo di uno strumento. È così che la massa, che è una proprietà peculiare della chiave inglese, non è “al cuore” di una funzione originale di questo artefatto (mentre è evidentemente centrale per il martello). Per contro, il soggetto utilizza la massa della chiave per conferirle nuove funzioni (ad esempio per piantare un chiodo) e queste nuove funzioni, da quando vengono conservate, hanno lo statuto di proprietà costitutive dell’artefatto in tal modo “strumentalizzato”.
È possibile, a partire da questo esempio che non implica la trasformazione materiale dell’artefatto, distinguere due livelli di strumentalizzazione attraverso l’attribuzione di funzione a un artefatto:
– al primo livello, la strumentalizzazione è locale, legata occasionalmente a una singola azione e alla circostanza del suo svolgimento: l’artefatto è “momentaneamente strumentalizzato”;
– al secondo livello, la funzione acquisita è conservata in modo durevole come proprietà dell’artefatto in relazione a una classe di azioni, situazioni e oggetti: la strumentalizzazione è durevole, se non permanente.
Nell’uno e nell’altro caso non c’è una trasformazione materiale dell’artefatto, questo si è solamente arricchito di nuove proprietà acquisite momentaneamente o durevolmente. Utilizzeremo i concetti elaborati da Mounoud (1970) – “funzioni costituenti” e “funzioni costituite” – per specificare le genesi strumentali.
Gli artefatti con i quali i soggetti si confrontano in situazioni “naturali” (lavoro, formazione, vita quotidiana) hanno la caratteristica di essere elaborati per realizzare funzioni preliminarmente definite, intrinseche e costitutive dell’artefatto. Funzioni che considereremo come funzioni costituenti. Ma, d’altro canto, i processi di strumentalizzazione dell’artefatto fanno emergere, momentaneamente o durevolmente, funzioni nuove. Queste funzioni nuove sono quelle che vengono elaborate nel corso della genesi strumentale, e possiamo considerarle funzioni costituite. È così che la progettazione prosegue nell’uso.
 
   
La progettazione prosegue nell’uso
La progettazione di un artefatto si fonda senza dubbio su una certa previsione dei suoi usi possibili. Ma, soprattutto con le tecnologie contemporanee, la complessità è tale e la diversità delle possibilità così grande che solamente una piccola parte di essi può essere effettivamente prevista. È nella messa in opera dei sistemi che le strumentalizzazioni potenziali emergono, si rivelano o vengono inventate: esse sono per lo più concepite dagli utilizzatori stessi, da soli o in collaborazione con gli ideatori iniziali. È lo stesso artefatto che viene rimesso in discussione, per evolversi. Questo può divenire un principio di progettazione.
L’idea di un proseguimento della progettazione nell’uso va considerata nell’ideazione iniziale, attraverso l’elaborazione di “sistemi modificabili”. Henderson e Kyng (1991) hanno cercato di definire alcuni livelli di modificabilità dei sistemi:
a) non modificabili;
b) modificabili e adattabili nei limiti e nelle prospettive previste dal progettista;
c) trasformabili in nuove prospettive dal punto di vista delle funzioni.
Questi ultimi due livelli riguardano i processi di strumentalizzazione identificati in situazioni reali da parte degli autori: il primo, sul piano dell’adattamento all’utilizzatore in uno “spazio” anticipato dal progettista; il secondo, sul piano dell’emergenza di nuove funzioni per e dall’utilizzatore. A questi livelli corrispondono differenti tipi di pratiche degli utilizzatori:
– la scelta tra opzioni preliminarmente determinate nel corso della progettazione iniziale;
– la costruzione di nuovi comportamenti dell’artefatto a partire dagli elementi esistenti (si tratta di modificare l’organizzazione di elementi già esistenti per raggruppamento di operazioni, riconfigurazioni, ecc.);
– la trasformazione dell’artefatto stesso.
 
   
Progettare per se stessi
I processi di genesi strumentale che abbiamo messo in evidenza – ovvero il proseguimento della progettazione nell’uso – conducono a porre il problema delle relazioni tra questi processi e i processi di progettazione istituzionale, vale a dire con ciò che comunemente caratterizza la progettazione nel sistema di produzione.
Lo schema classico che distingue temporalmente progettazione e uso vuole che, dopo le fasi di messa a punto ed eventualmente d’installazione, cominci la fase d’uso propriamente detta, intesa come la messa in opera dell’artefatto. È sulla base di questo schema che una parte dei processi di strumentalizzazione viene considerata come “deviazione” dell’artefatto. Le interpretazioni che noi avanziamo portano a riconsiderare questo schema. Infatti, il processo di progettazione non si ferma alla soglia dell’uso, ma prosegue nel corso dell’uso stesso come “genesi strumentale”, sia attraverso i processi di strumentazione orientati verso il soggetto, sia attraverso i processi di strumentalizzazione che si indirizzano direttamente verso l’artefatto.
In questa prospettiva, gli utilizzatori, in quanto attori di questo processo, sono anche attori del movimento d’insieme della progettazione, certamente in un modo e a un titolo diverso dai progettisti “istituzionali”. si tratta, da parte degli utilizzatori, della progettazione per se stessi, di un uso individuale dell’artefatto che conferisce a questo proprietà nuove che potranno anche, in alcuni casi, essere in seguito strutturalmente iscritte nell’artefatto: una progettazione per se stessi, ma che può anche essere estesa alla collettività.
La progettazione dell’artefatto prosegue nell’uso: le funzioni e le proprietà costituite prolungano le funzioni e le proprietà costituenti. Le funzioni costituite, in alcuni casi, anticipano le funzioni costituenti future come illustra la fig. 3. È il caso, ad esempio, di situazioni in cui gli utilizzatori sono condotti a produrre artefatti nuovi; o quando coloro che istituzionalmente progettano si ispirano a funzioni costituite create dagli utilizzatori per implementarle e farne funzioni costituenti di una nuova generazione di artefatti. È ciò che sottolineano Bannon e Bodker (1991): gli artefatti si evolvono continuamente, essi riflettono uno stato storico della pratica degli utilizzatori e allo stesso tempo modellano tale pratica. Le operazioni sviluppate dagli utilizzatori vengono successivamente, nelle generazioni future, incorporate nell’artefatto.
Le genesi strumentali si iscrivono dunque nel processo d’insieme, dove funzioni costituenti e funzioni costituite si articolano in filiazioni reciproche, le une in rapporto con le altre. Un processo in cui gli attori sono contemporaneamente i progettisti istituzionali e gli utilizzatori (fig. 3).
 
   
Il ciclo globale della progettazione
Abbiamo ricordato il contributo degli utilizzatori alla progettazione degli artefatti. Ma questo non è il solo loro apporto: anche i processi di strumentazione, che costituiscono l’altra faccia della genesi strumentale, si iscrivono nel ciclo d’insieme della progettazione. Coloro che istituzionalmente progettano anticipano e prevedono, per professione, le modalità d’uso dello strumento, assegnando all’utilizzatore ruoli e mansioni, attraverso determinate modalità operative. Ma i processi di strumentazione conducono a individualizzare queste modalità, queste previsioni d’uso, in funzione delle specificità individuali così come delle classi di situazioni e delle loro variabili.
Gli schemi sociali d’uso da una parte si iscrivono nel prolungamento (in continuità ma anche in rottura) delle modalità operative previste nella progettazione; dall’altra prefigurano le procedure e le modalità operative future.
I processi di strumentazione partecipano anche ai processi di concepimento iscrivendosi in un ciclo:
modalità operative previste   schemi d’uso
  nuove modalità operative.
Questo ciclo è parallelo e vicino a un secondo ciclo, al quale partecipano i processi di strumentalizzazione (fig.3):
funzioni costituenti   funzioni costituite
  iscrizione delle funzioni costituite nell’artefatto
Questi due cicli sono fra di loro associati, in un rapporto di relativa indipendenza. In effetti, abbiamo già sottolineato che, in funzione delle situazioni, uno dei due processi – strumentazione o strumentalizzazione – può essere più accentuato dell’altro, perfino il solo presente. Ora, considerando i movimenti d’insieme nei quali si iscrivono le genesi strumentali su scala macroscopica, l’autodefinizione relativa a ciascuno dei processi di strumentazione e di strumentalizzazione potrà essere ancora più importante. Ecco perché pensiamo che gli schemi potrebbero ispirare ai progettisti di artefatti delle modalità operative molto diverse da quelle, associate originariamente, con le quali gli artefatti costituiscono un’entità strumentale (Rabardel, 1991). Analogamente, le evoluzioni che gli utilizzatori producono sugli artefatti possono, al momento di una fase successiva di progettazione istituzionale, iscriversi in nuovi artefatti di tutt’altra natura.
I processi di strumentalizzazione e di strumentazione partecipano dunque al ciclo globale della progettazione, nello stesso tempo solidarmente, in quanto genesi strumentale privata, e potenzialmente, in modo autonomo, per transfert o trasposizione ad altri cicli di progettazione.